Cittadini ‘avatar’, liberi solo in apparenza e chiamati a esprimersi in rete.

Da quando è nata la democrazia poi sovente abbiamo assistito ad un ripetersi di atteggiamenti, parole, eventi, stravolgimenti e rivoluzioni determinate da fattori che si incontrano quasi identici. Già gli antichi greci ammonivano sul fatto che la democrazia, se non era in grado di rinnovarsi, correva il rischio di essere travolta dalla tirannide, dall’autoritarismo oppure da un’anarchia populista: Platone, puntando il dito proprio contro questa “volubilità” della democrazia (dovuta agli aleatori convincimenti dei singoli cittadini), preferiva un governo oligarchico, aristocratico, elitario.
Uno schema che si è ripetuto molte volte nei sistemi democratici contemporanei, almeno dall’Ottocento in poi, consiste nel dover attraversare periodi di gravissima crisi di credibilità che si innesta nell’incapacità di intuire i cambiamenti. All’inizio del secolo scorso l’Italia liberale era in preda ad una grande crisi, la classe dirigente era esausta e corrotta, il mondo fuori correva e una nuova società era in fermento. Si voleva una sterzata. Dopo la prima guerra mondiale occorreva qualcosa di forte che ridesse dignità al Paese dopo la cosiddetta “vittoria mutilata”. Intanto la radio e le nuove forme di comunicazione (e quindi di propaganda) si stavano diffondendo. La democrazia liberale italiana non fu capace di intercettare questo cambiamento. Non lo furono i socialisti (molto votati, ma dilaniati dalle divisioni), né tanto meno i cattolico-popolari. Lo fece il fascismo.
Oggi tutto è cambiato. Nessun eletto che siederà nel nuovo Parlamento uscito dalle elezioni del 24 e 25 febbraio vorrà utilizzare il manganello o l’olio di ricino per far approvare le sue idee. E così non farà Grillo. Dalla democrazia però si può uscire in tanti modi, magari senza cadere in un regime, come quelli già visti: l’Italia ha grandi possibilità ma pure Istituzioni fragili, deboli, spesso prive di credibilità. L’instabilità governativa non è soltanto un pericolo per l’economia, ma per la tenuta stessa della nostra comunità sociale e politica. Quella di Grillo è una democrazia che potremo definire “virtuale”. Una democrazia del “tempo reale”, dell’attimo di un click, di un messaggio postato su twitter o su facebook che per sua natura deve essere breve, diretto (volgarità comprese), immediato. Appunto “non mediato”. L’opposto dell’arte della politica così come da sempre si intende, cioè come capacità di elaborata mediazione (non di compromesso al ribasso!) per portare il popolo a condividere un progetto, necessario al bene comune. Grillo e il suo mentore Casaleggio hanno inaugurato la democrazia 2.0 in cui i cittadini “avatar” sono chiamati ad esprimersi con un plebiscito quotidiano online su tutti i temi, dal voto di fiducia a un governo fino alla nomina del capo gruppo parlamentare passando per la possibilità di uscire dall’euro. Certo si tratta di una forma innovativa di partecipazione. Vedremo se si concretizzerà in qualcosa di utile per il Paese e non solo per il suo Movimento. La community virtuale non è però uguale a quella reale, davanti al computer si è soli e massificati. E quindi solo apparentemente liberi.
Il comico genovese, con il voto di domenica, ha portato in Parlamento 54 senatori e oltre 109 deputati, forze giovani, forse inesperte ma per troppo tempo completamente escluse o non “intercettati” dai nostri partiti e dalla politica in generale. Hanno idee e programmi anche condivisibili su alcuni punti, su altri sono troppo vaghi, ma ovviamente è giusto e doveroso che si possa discutere su tutto. Il problema è che Grillo non vuole discutere. “Siete morti” continua ad urlare il leader 5 Stelle; “è cominciata una nuova era”, grida con toni messianici. La rottura con un passato tutto da buttare, l’insulto all’avversario e il mito della giovinezza sono tutte costanti dell’approccio rivoluzionario. Che non invita a presagi positivi.
Sono affezionato ai partiti tradizionali ed al socialismo,al quale ho aderito fin dagli anni dell’ università. Quante volte tuttavia ho invocato, anche da queste pagine, segnali forti- soprattutto sui costi esorbitanti delle istituzioni, sulle indennità e i privilegi degli eletti, sulla moralità della politica – anche qui in Trentino: sono giunti invece balbettii e modesti ritocchi che non hanno fatto altro che esasperare la gente, provocando una sorda reazione nel segreto dell’urna. Ora siamo in una situazione difficilissima, per fortuna in mano alla saggezza del Capo dello Stato, peraltro a fine mandato. Per quanto mi compete chiedo dunque alle altre forze politiche del centro sinistra, che in Provincia hanno retto l’urto di queste elezioni, di aprire porte e finestre secondo tre direttrici: coinvolgimento dei cittadini attraverso strumenti come le primarie o come i social network; segnali forti di discontinuità nella gestione dei soldi dei partiti e del funzionamento della nostra autonomia (che non potrà farci a lungo da parafulmine); un programma condiviso e soprattutto concreto da discutere ben oltre le stanze dei soliti noti. Lo svecchiamento e la novità verranno di conseguenza.

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