
“Se il campo largo vincerà le elezioni, ci toccherà un governo di impresentabili”. È una frase che negli ultimi tempi abbiamo sentito ripetere più volte. Ma siamo davvero sicuri che il confronto politico debba ridursi a questo? A una continua delegittimazione dell’avversario? A una competizione fatta di slogan, accuse e provocazioni che ricorda più una lite tra bambini all’uscita della scuola che un serio dibattito sul futuro del Paese? La democrazia non può essere la semplice libertà di dire qualsiasi cosa, trasformando ogni opinione in una verità assoluta da diffondere sui social e in Rete.
La democrazia è soprattutto responsabilità: delle parole, delle scelte e delle informazioni che si condividono. È il confronto tra idee diverse, non la demonizzazione reciproca. Per troppo tempo la politica ha alimentato una contrapposizione permanente che finisce per allontanare i cittadini dai problemi reali. Mentre si discute di chi sia più o meno presentabile, restano sullo sfondo questioni fondamentali: il lavoro, i salari, la sanità pubblica, l’istruzione, l’invecchiamento della popolazione, la sicurezza energetica, il ruolo dell’Italia in un mondo attraversato da crisi sempre più frequenti. Un tempo il potere era nelle mani dei sovrani; oggi assistiamo alla crescita di nuove forme di influenza concentrate in pochi soggetti economici e finanziari capaci di orientare mercati, comunicazione e perfino consenso politico. È una realtà che dovrebbe interrogare tutti, indipendentemente dall’appartenenza ideologica. Governi e parlamenti continuano a essere il cuore delle istituzioni democratiche, ma la loro capacità di incidere è spesso condizionata da interessi che travalicano i confini nazionali.
L’Europa, tra difficoltà e contraddizioni, rappresenta ancora uno spazio di libertà e di garanzie democratiche. Tuttavia non mancano esempi di modelli politici che tendono a restringere progressivamente il pluralismo e il dissenso. La libertà non si misura dalla possibilità di insultare chi la pensa diversamente, ma dalla capacità di garantire diritti, informazione corretta e partecipazione consapevole. Per questo definire “impresentabili” milioni di elettori e chi potrebbe essere scelto democraticamente dagli stessi cittadini non è soltanto un paradosso. È un’offesa all’intelligenza delle persone. La maggioranza degli italiani è perfettamente in grado di valutare programmi, candidati e risultati. Sa distinguere tra propaganda e realtà, tra slogan e contenuti. La politica dovrebbe tornare a rispettare questa maturità. Meno etichette, meno anatemi e meno campagne costruite sull’odio. Più idee, più confronto e più rispetto. Perché una democrazia forte non teme il giudizio degli elettori: si affida ad esso.
Angelo Santoro

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