
La smania di protagonismo di Trump sarà forse la sua rovina, non certo quella della democrazia statunitense che funziona perfettamente. Il presidente si è buttato a pesce con due guerre in corso e un incremento dei prezzi sulle elezioni di mid term, da cui avrebbe fatto meglio a tenersi lontano. Visto che i poteri sono separati, il rinnovo del Congresso, dei governatorati, sedici in questa occasione, trentasei seggi del Senato, non inficiano il ruolo presidenziale. Non è un’anatra zoppa il presidente che perde il mid term, perché il mid term non è un giudizio sulla presidenza. Difficile che ci siano presidenti che lo vincano, dal momento che i governi sono spesso insoddisfacenti e i candidati locali non sono nominati dai partiti come in Italia, sono completamente indipendenti. Succede che un democratico scelga di sostenere un repubblicano e viceversa, per affinità di qualsiasi tipo, senza preoccuparsi lontanamente del governo nazionale. Non si erano mai visti tanti democratici candidati di formazione religiosa come in questa tornata. Una scelta che pesa sull’elettorato repubblicano, più degli schiamazzi del loro leader.
Trump ha valuto risalire una china di impopolarità che lo ha colpito, personalizzando un voto in cui da mesi era palese sarebbe stato penalizzato. Il presidente ha tentato di fare persino annullare delle schede in California, accusando i dem di portare gli immigrati illegali al voto ed è la verità. Solo che non spetta al presidente degli Stati Uniti intervenire su vicende del genere. La Corte Suprema, con membri eletti da Trump a maggioranza repubblicana, gli ha dato torto. E questo è comunque niente rispetto ai toni sopra le righe usati in questi giorni che hanno fatto di Trump un bersaglio elettorale troppo grosso. Avrebbe fatto meglio a prendere un profilo basso. Figurarsi.
L’errore più grave è stato quello di aver capovolto tutta la sua politica internazionale nella speranza di recuperare voti, senza riuscirvi. La beffa del Wall Street Journal che ha fatto sapere della data fissata per il prossimo bombardamento dell’Iran, è stata sufficiente a infrangere il tentativo. Magari Trump non ha davvero preso decisioni a riguardo, solo che ha prestato il fianco ad illazioni di qualsiasi genere calando nella campagna elettorale temi che spettano esclusivamente alla presidenza. Un vero disastro.
Nel provincialismo tutto italiano, per ottant’anni non ci si era mai preoccupati delle elezioni del mid term Usa, improvvisamente sono diventare decisive per le sorti dell’umanità e se ne sono sentite di tutti i colori, quasi a fare il verso a Trump. Se viene sconfitto se la prenderà con l’Europa. E perché mai? I leader europei non hanno mosso un muscolo contro Trump in queste settimane e comunque l’Europa non è il centro delle attenzioni di Trump, se non per la Groenlandia, che pure ritiene un problema risolto. Trump avrà due anni per decidere come uscire di scena, perché di questo si tratta. L’America non si trascina dietro di sé leader bolliti, che hanno fatto il loro tempo, sollevando troppe perplessità. Questo è il ritratto dell’Italia. L’America va avanti.
Riccardo Bruno
Direttore politico de “La Voce Repubblicana”


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