L’Italia, forse, si avvia ad essere non più e non tanto una società post-industriale ma piuttosto una società pre-industriale o persino non più industriale.
Appare indubbio che molti, se non tutti, di questi effetti negativi, si mostrano collegati ad una crisi economica globale. Si tratta di una crisi che tende a diventare strutturale e non più congiunturale; e non tanto per caratteristiche intrinseche, o comunque, non solo per quelle. Forse più che di fattori qualitativi sulla natura della crisi o delle crisi, si tratta di un fattore quantitativo, cioè la successione ininterrotta di crisi, più o meno della stessa natura, sempre più frequenti, sempre più lunghe e soprattutto sempre più ravvicinate nel tempo.
Nell’attuale crisi italiana, l’economia resta vulnerabile di fronte ad alcuni fattori di rischio come la situazione di bilancio e il rallentamento della domanda globale; infatti la compressione dei salari e del tenore di vita dei lavoratori e delle masse popolari in genere, comportano l’inevitabile effetto del prevedibile rallentamento della domanda.
Del resto anche le così dette “operazioni straordinarie” come la “cartolarizzazione degli immobili” non hanno potuto incidere più di tanto per alleviare l’indebitamento pubblico.
Già negli anni scorsi, in Italia molti si erano resi conto della situazione reale dell’economia italiana, europea e anche mondiale.
Ai fattori strutturali, si aggiungevano distorsioni particolari dovute prevalentemente alla situazione specifica che si era verificata in Italia.
Tuttavia i caratteri generali coincidevano o almeno corrispondevano con una tendenza comune della economia mondiale che, al momento, risente tuttora soprattutto delle oscillazioni dell’economia degli Stati Uniti, e in particolare dei settori monetari e finanziari di questa economia, come dal 1929 in poi.
In Italia, in particolare, si sono verificati dei fenomeni che, pur risentendo della situazione generale, possono essere addebitati in parte alle caratteristiche specifiche delle condizioni italiane.
Alcune indicazioni emergono chiaramente negli anni dopo il 2000 e possono essere dedotte dai dati forniti anche da fonti ufficiali o ufficiose, oltre che, logicamente, da voci libere e indipendenti o, per lo meno, non legate ai governi in carica, ma che riflettono in tutto o in parte, anche opinioni autorevoli di ambienti economici e finanziari.
Il settore che gia da tempo risente la crisi è quello appunto dei trasporto aereo.
Sono state cercate (e spesso trovate, forse un po’ artificiosamente) scuse, motivi e, a volte pretesti, come gli attentati negli Stati Uniti del settembre 2001, ma gli effetti sembrano essere stati più duraturi o addirittura permanenti, per la compagnia di bandiera italiana, che non per le compagnie più direttamente interessate o minacciate dall’attività terroristica.
Ormai sul futuro di Alitalia ci sono poche certezze, restano le polemiche del presente, scatenate dall’intervista di Rutelli nell’ottobre scorso. Il vice premier Francesco Rutelli ha esortato a difendere l’italianita’ dell’Alitalia, pur difendendo la scelta di collocarla sul mercato. Chiunque vinca – ha detto – dobbiamo fare in modo che non porti ad affiliare un vettore aereo nazionale a un altro vettore nazionale che poi lo trasformi in un vettore regionale’. Il governo – ha aggiunto – valuterà con grande pragmatismo se mantenere una quota di partecipazione nella compagnia di bandiera o se vendere il 30,1% nelle mani dell’Economia.
Pasquale Gallifuoco

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