
Resta alta la tensione tra Cina e Giappone in seguito alla crisi diplomatica innescata dalle parole della premier giapponese Sanae Takaichi, lo scorso 7 novembre. Rispondendo a una domanda di un deputato di opposizione, Takaichi ha detto che, in caso di un attacco armato cinese a Taiwan e di un eventuale intervento statunitense in difesa di Taipei, il Giappone potrebbe dispiegare le Forze di autodifesa (Fda). Una dichiarazione accolta come un attacco diretto da Pechino. Da anni infatti la Repubblica Popolare rivendica Taiwan come parte integrante del proprio territorio e non ha mai escluso l’uso della forza per riunificarla a sé. Per questo, finora, Tokyo pur rafforzando la cooperazione con gli Stati Uniti e con i partner regionali, ha sempre evitato di esporsi troppo sulle vicende dell’isola, distante appena un centinaio di chilometri dal territorio giapponese, oltre che dalle coste cinesi. Nella crisi diplomatica che ha travolto Takaichi – in carica da poche settimane – nelle ultime ore ha fatto improvvisamente la sua comparsa anche il presidente americano Donald Trump. In una telefonata con l’inquilino della Casa Bianca (le cronache internazionali divergono su chi abbia chiamato l’altro) Xi Jinping ha ribadito che le parole di Takaichi sono considerate da Pechino come un’interferenza indebita nei suoi affari interni e una minaccia militare diretta. Secondo il ministero degli Esteri cinese, inoltre, la chiamata ha toccato altre questioni, tra cui l’Ucraina, e Xi ha anche sottolineato la necessità di consolidare una fragile tregua commerciale tra Cina e Stati Uniti. Da parte sua,Trump non ha menzionato Taiwan nel suo post su Truth Social in merito alla sua telefonata con Xi. Ma ha elogiato le relazioni “estremamente forti” tra Stati Uniti e Cina e ha anche confermato che visiterà la Repubblica popolare ad aprile, mentre Xi arriverà a Washington “più avanti nel 2026”.

Tenaglia economica?
Dopo le dichiarazioni di Takaichi, Pechino ha chiesto una rettifica e cominciato a esercitare pressioni nei confronti del vicino in diversi ambiti. Oltre a inviare navi militari a pattugliare le acque contese vicino al Giappone, il governo ha annunciato che avrebbe limitato le importazioni di pesce dal paese, sconsigliando anche ai suoi cittadini di recarsi in Giappone. Il divieto ha già provocato una valanga di cancellazioni, che sta mettendo in seria difficoltà il settore turistico locale. D’altronde si tratta di una strategia collaudata: come con i dazi sui vini australiani nel 2020 e le restrizioni sulle importazioni di banane dalle Filippine nel 2012, Pechino sta usando la sua influenza economica per fare pressione su Tokyo, ricorrendo al contempo a una retorica infuocata contro il suo governo. Non è la prima volta che il Giappone si trova ad affrontare l’ira economica della Cina. Nel 2012, i manifestanti attaccarono le aziende giapponesi in Cina e boicottarono i loro prodotti dopo lo scoppio di una disputa su un gruppo di isole disabitate rivendicate da entrambi i paesi. I viaggi di gruppo in Giappone furono cancellati. Sulla base di quanto accaduto allora, quando i visitatori cinesi diminuirono complessivamente di un quarto, il centro ricerche di Nomura ha stimato che l’attuale avviso di viaggio potrebbe costare al Giappone circa 11 miliardi di dollari, riducendo di 0,3 punti percentuali la sua già bassa crescita economica.
Food diplomacy?
Per sostenere il vicino e mostrare gratitudine alla sua premier, Taiwan ha revocato tutte le restrizioni sulle importazioni di cibo giapponese, compresi i frutti di mare, in vigore dal disastro nucleare di Fukushima nel 2011. E per dare per primo il buon esempio, il presidente di Taiwan, Lai Ching-te, ha pubblicato un video in cui mangia un piatto di sushi che includeva capesante dell’isola giapponese di Hokkaido e ricciola di Kagoshima. La ‘tenaglia economica’ di Pechino è dolorosamente familiare per Taiwan: quando nel 2021 Pechino vietò le importazioni di ananas taiwanesi, il Giappone ordinò un quantitativo record di frutti e l’allora primo ministro Shinzo Abe, mentore politico della premier Takaichi, posò a sua volta con un ananas taiwanese in mano. Sabato, il Ministero degli Affari Esteri di Taiwan ha invitato i cittadini a mangiare sushi e bere birra giapponese, pubblicando un’emoji della bandiera di Taiwan e di quella giapponese, seguite da un cuore. L’iniziativa di sostegno economico al Giappone – riporta il New York Times – sembra raccogliere il sostegno dell’opinione pubblica, con sempre più persone che chiedono di acquistare
Siamo solo all’inizio?
Quello in corso potrebbe profilarsi come lo scontro diplomatico più grave tra Pechino e Tokyo degli ultimi anni. Le autorità giapponesi temono che l’impatto economico del blocco delle importazioni di pesce, il divieto di viaggio e il boicottaggio di film e prodotti culturali, possa essere solo l’inizio di un boicottaggio più ampio. Un forte calo delle azioni di Tokyo suggerisce che gli investitori stiano già scommettendo su questa prospettiva. La disputa giunge, infatti, in un momento delicato per gli equilibri di potere nella regione. Dal punto di vista economico, Pechino si sente rafforzata dalla tregua raggiunta nella guerra commerciale con Washington mentre sul piano militare sta diventando più assertiva man mano che rafforza i propri arsenali. E non è tutto. Secondo alcuni osservatori la situazione potrebbe fornire alla Cina l’occasione perfetta per valutare la solidità della relazione Usa-Giappone e l’intenzione di Trump e della sua amministrazione ‘America first’ di impegnarsi in un’escalation regionale per soccorrere l’alleato. Poche ore fa Takaichi ha dichiarato di aver ricevuto una telefonata dal presidente Usa, successiva al colloquio che quest’ultimo ha avuto con Xi: “Il presidente mi ha detto che sono una sua amica molto cara e che posso sentirmi libera di chiamarlo in qualsiasi momento”, ha detto. Un gesto cordiale, ma forse lontano dal supporto che ci si aspetterebbe da un alleato in un momento così delicato.
Il commento
Di Filippo Fasulo, Co-Head Osservatorio Geoeconomia ISPI
“Si tratta di uno scontro passeggero o di una crisi strutturale? È questo l’interrogativo principale nella diatriba diplomatica in corso tra il Giappone della neoleader Sanae Takaichi e la Cina di Xi Jinping. Pechino ha dimostrato di essere molto sensibile sul tema Taiwan non limitandosi alle parole, ma adottando misure economiche “punitive” nei settori della pesca e del turismo. Non si tratta di una prima volta, lo stesso schema era stato applicato già nel 2010 per le dispute territoriali sulle isole Senkaku con restrizioni sulle terre rare. Lo scontro diplomatico attuale, che vede coinvolta la capacità di utilizzo della leva economica in contesti politici, avrà probabilmente l’effetto di rafforzare nel Giappone la convinzione di ridurre la dipendenza dalla Cina, nel quadro di quella che viene chiamata economic security”.
Alessia De Luca

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