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La Corte Suprema e il diritto al voto: fra restrizione e democrazia

Si discute in USA su due recenti decisioni della Corte Suprema sul diritto al voto. Una ha continuato ad erodere il Civil Rights Act del 1965; l’altra “spalleggia” una nuova legge in Arizona che limita le opportunità di voto ai gruppi minoritari. Di Domenico Maceri

di Domenico Maceri | 12 Luglio 2021

“Se crediamo a una giusta ed aperta democrazia e al principio di ogni individuo col diritto al voto, oggi è uno dei giorni più bui della Corte Suprema”. Con queste parole, Chuck Schumer, senatore democratico di New York e presidente del Senato, ha caratterizzato due recenti decisioni della Corte Suprema sul diritto al voto. Una delle due decisioni ha continuato ad erodere il Civil Rights Act del 1965 che garantisce il diritto al voto a tutti e un’altra spalleggia una nuova legge in Arizona che avrà l’effetto di “sopprimere” le opportunità di voto ai gruppi minoritari.

L’erosione del Civil Rights Act era già avvenuta in una decisione della Corte nel 2013 secondo cui Stati con una storia di discriminazione non devono più seguire certe regole per garantire il voto a tutti. Il più recente colpo assestato dalla maggioranza dei giudici vede legittime alcune restrizioni al voto introdotte dai repubblicani in Arizona poiché non limitano la disponibilità al voto dei gruppi minoritari. Scrivendo per la maggioranza, (6-3) Samuel Alito, uno dei giudici più conservatori, ha detto che l’integrità delle elezioni giustifica le nuove leggi dell’Arizona.

Il concetto di integrità delle elezioni si collega ovviamente alla “big lie” (grande menzogna) di Donald Trump che la frode elettorale gli ha rubato la rielezione. Ciò non è vero e difatti la Corte Suprema, con tre giudici nominati da Trump, non aveva accettato i ricorsi dell’ex presidente di intervenire sull’elezione del 2020. Più di 60 ricorsi alla magistratura fatti dall’allora presidente sono stati respinti. L’ex presidente è rimasto completamente deluso perché vede tutti i rapporti come questioni di transazioni: lui aveva nominato 3 dei 6 repubblicani per creare una maggioranza schiacciante e quindi lo dovevano ripagare. Non ha funzionato così. La Corte Suprema non ha nemmeno riflesso completamente i desideri dei repubblicani poiché ha virato a “sinistra” in alcuni casi visibilissimi come l’Obamacare, mantenendo viva per la terza volta la riforma sanitaria del 44esimo presidente.

Nel caso dei diritti civili e specialmente nel voto le recenti decisioni della Corte Suprema sono però pericolose perché basate sulla falsariga dell’integrità elettorale. Alito e gli altri giudici sanno benissimo che tutti gli studi sulla frode elettorale in America ci indicano che non esiste. Ciò che invece sappiamo è che la strategia del Partito Repubblicano è sempre quella di limitare il numero di elettori, specialmente quello dei gruppi minoritari che in grande misura favoriscono i democratici. Quest’idea di limitare l’esercizio del voto come vantaggio per i repubblicani è stato ammesso non poche volte. Proprio nella difesa della legge avvocati dell’Arizona davanti ai nove giudici della Corte Suprema hanno ammesso che senza le restrizioni i repubblicani si troverebbero “svantaggiati in comparazione ai democratici”. La maggioranza dei giudici però è andata oltre questo ragionamento di Alito che vede delle differenze di opportunità nell’esercizio del voto senza però giudicarle come disuguaglianza alle opportunità del voto. Quindi l’Arizona può rifiutare di includere nei conteggi schede elettorali votate in un distretto sbagliato. La raccolta di voti in periodi delle elezioni anticipate da portare ai seggi non sarà permessa. L’elettore stesso dovrà consegnare in persona la sua scheda. Se i seggi sono a 50 miglia dalla residenza di elettori che non hanno macchina, anche quello può essere accettato dalla maggioranza della Corte Suprema.

Le due recenti decisioni sono una doccia fredda anche al Ministero di Giustizia americana che aveva esposto denuncia contro leggi simili a quelle dell’Arizona approvate dalla Georgia che restringono il voto. È possibile che Merrick Garland, procuratore generale, prevalga nella sua denuncia al livello locale e persino statale ma le prospettive di arrivare alla Corte Suprema ci fanno pensare che non avrebbe successo. Difatti la decisione della Corte Suprema sui diritti al voto in Arizona si traduce in un buon auspicio per i repubblicani in altri 17 Stati che hanno approvato leggi simili con misure restrittive al voto. In effetti, altri Stati dominati dai repubblicani potrebbero intraprendere simili strategie sapendo che la Corte Suprema li spalleggerebbe.

I democratici hanno alcune carte da giocare ma fino al momento si trovano sulla difensiva. La prima di queste strade è sperare che la Commissione sulla riforma della Corte Suprema indetta dal presidente Joe Biden nel mese di aprile scorso completi il suo compito e faccia raccomandazioni per bilanciare l’organo giudiziario supremo. Attualmente, come si sa, la Corte pende a destra poiché sei dei nove giudici sono stati nominati da presidenti repubblicani. Si tratta di un’ardua e potenzialmente lunga strada che richiederebbe una ristrutturazione della Corte Suprema. L’altra carta da giocare è quella di insistere sulla riforma elettorale inclusa in HR1, For the People Act, approvata dalla Camera, ma fino ad adesso congelata al Senato. Il problema, come si sa, è che nella Camera Alta esiste la regola del filibuster che richiede una super maggioranza di 60 dei 100 voti per aprire i dibattiti che conducono al voto. I repubblicani continuano ad ostruire approfittando di questa regola.

Eliminare il filibuster continua ad essere molto difficile poiché i cinquanta senatori democratici non sono compatti. Due di loro, Kyrsten Sinema (Arizona) e Joe Manchin (West Virginia), sono contrari. Il continuo comportamento ostruzionista dei repubblicani e adesso la virata a destra delle recenti decisioni della Corte Suprema potrebbero spingerli a riconsiderare. Sinema, infatti, ha reagito con grande delusione alle decisioni della Corte Suprema dicendo che “danneggeranno la capacità dei cittadini dell’Arizona di esprimersi alle urne”.

La questione del voto è fondamentale nella democrazia ed è stata una battaglia su chi ne ha diritto dalla creazione degli Stati Uniti. Inizialmente solo i cittadini bianchi padroni di proprietà potevano votare. Con il quindicesimo emendamento del 1870 il voto fu esteso agli afro-americani e poi più tardi nel 1920 anche alle donne. Le restrizioni all’esercizio del voto però continuarono ma furono migliorate con il Civil Rights Act del 1965. La lotta non è però finita. La Corte Suprema, riflettendo i desideri del Partito Repubblicano, con le sue recenti decisioni ha fatto passi indietro. La speranza è che i democratici riescano a mettersi d’accordo per proteggere il futuro della democrazia e del loro potere politico.

Domenico Maceri

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

Pubblicato in : EditorialeTag: battaglia, commissione, democrazia, elezioni, futuro, magistratura, misure, nuova legge, riforma elettorale, senatore, speranza, stati uniti

Info Domenico Maceri

Domenico Maceri, PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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