
In estate quando il clima è torrido abbiamo meno energia fisica e mentale. Non a caso, nelle antiche civiltà mediterranee era presente la figura del “demone meridiano” temuto in particolare dai naviganti perché – come ha scritto Roger Caillois nel classico saggio , Les démons de midi (Paris 1937 tr. it. di Alberto Pelissero I demoni meridiani 1988) – il mezzogiorno, a causa della caduta del vento, obbligava ad ammainare le vele, proprio nel momento in cui il caldo provocava stanchezza. Allora, l’intorpidimento s’impadroniva dei marinai, annichiliva la volontà e fu paragonato ad un canto dal fascino irresistibile. Come quello delle Sirene omeriche.
Nel Fedro di Platone, Socrate esorta a non cedere alla sonnolenza, specie quando cessa ogni movimento dell’aria, si ode solo il frinire delle cicale ammaliano. La Bibbia (Salmo 91) afferma: Non temerai la saetta che vola nel giorno, né l’avversario che si aggira nelle tenebre, né l’assalto del demone meridiano”.(R.Caillois. cit).
Anche per gli eremiti, il meriggio era l’ora della tentazione. E nei conventi, l’accidia s’impadroniva dei monaci che non attendevano alle consuete incombenze e alle letture sacre. Questo stato di smarrimento, in cui il monaco poteva divenire preda di desideri illeciti era, quindi, considerato opera di Satana (R.Caillois. cit.) .
Nel deserto, il sole induce ai miraggi: il riflesso del cielo mostra un inesistente lago in lontananza o ci fa vedere oasi o città che sono oltre l’orizzonte. Da qui la leggenda della città perdute del Sahara.
Nel Medioevo, però, il progressivo spostamento a Nord del baricentro del cristianesimo accentuò l’identificazione della luce con la Rivelazione e, quindi,con il bene .Non a caso, il Natale fu fatto coincidere con la festa pagana del sol invictus. Lo Zenit, nell’ Europa Settentrionale, non portava l’opprimente calura mediterranea. Era invece il freddo della notte a incutere timore. Satana divenne il Signore delle tenebre. Il buio, nemico dei viandanti che rischiavano di perdersi, appariva dimora di entità malvagie.
A ricordo delle visioni meridiane restavano leggende come quando nel Decamerone Nastagio degli Onesti assiste nella Pineta di Ravenna a una scena da incubo: una cavalcata di fantasmi o di demoni. Inoltre, veniva detta Meridiana la bellissima Marianna, il demone che secondo la leggenda nera di Gilberto d’ Aurillac lo avrebbe aiutato ad ascendere al soglio pontificio ( Cfr. M.Gianni, Il diavolo bello. L’eccezione di uno stereotipo, in Abstracta n 8/86).
Nella nostra epoca, gli echi del demone meridiano li ritroviamo nella poesia panica di D’Annunzio a cominciare da Meriggio in Alcyone e nel simbolismo del Pascoli fino al “meriggiare pallido e assorto” di Montale. In questa poesia, l’orto assolato, nelle ore più calde, diviene paesaggio desertico, («rovente muro», «i pruni e gli sterpi», «crepe del suolo», il «sole che abbaglia») ostile, dove, però, sopravvivono umili forme di vita: i pruni, i merli, le serpi, le formiche, le cicale …movimenti quasi irreali, che non turbano il silenzio e l’immobilità in cui sono immersi.
Ma torno di nuovo a Roger Caillois per un’altra interessante argomentazione. A differenza delle creature della notte come i vampiri, l’antropologo francese osserva che le Siren precedute dalla bonaccia invitano ad abbandonarsi alla dolcezza dell’accidia. E commenta : “ Il piacere deve essere mortale e occorre cedervi; del resto la morte procurata dalla voluttà non fa male”. Un identico soffio erotico circonda il mito delle Ninfe dei boschi. Insomma, il demone meridiano non suscita orrore e repulsione come la creatura che striscia nelle tenebre .
Peraltro, nella seconda metà del XIX secolo l’illuminazione a gas, poi quella elettrica apparvero la vittoria sul buio e dettero avvio a un processo di trasformazione dell’ambiente urbano; le notti divennero il luogo deputato della vita sociale: la belle epoque fu un fenomeno soprattutto notturno .Il ervizio di polizia urbana, rese la notte più sicura. Inoltre, non c’erano più da temere gli assalti dei pirati o dei briganti. Nei racconti di Poe, Dupin, innamorato della notte, usciva di casa al calar delle tenebre, passeggiava a lungo senza meta, tra le luci strane e le strane ombre della sterminata città moderna.
La notte era quella cantata da Alcmane: Dormono le cime dei monti e le gole / i picchi e i dirupi / e le schiere di animali, quanti nutre la nera terra .[…] .
Un momento di quiete, di ristoro dagli affanni del giorno.
Per Leopardi, La sera del dì di festa è rischiarata dalla luna che queta sovra i tetti e in mezzo agli orti appare una sorta di nume protettore. E per Guy De Maupassant la luna è una presenza magica, edenica, una ”luce carezzevole “in quell’incanto tenero e languido delle notti serene(cfr. il racconto Clair de lune).
Nell’ottocento romantico, come in quello positivista, il chiaro di luna fuga le ombre ma solo in apparenza perché la notte resta archetipo del lato oscuro della vita, così come Lilith (identificata con la luna nera) è la parte oscura di Eva
La luna nera, a seguito delle scoperte di Freud è, poi, stata identificata con la potenza distruttiva dell’inconscio , il Mr Hyde che dimora in ogni Jeckyll .
Una simbologia attribuibile anche al vampiro, essere parassitario che si nutre dell’essenza della vita, e che nella letteratura dell’ ‘800 è divenuto il “signore della notte” ,il non- morto.
Anche nel terzo millennio è il demone notturno che domina. Gli incubi si chiamano stupri, violenze, droga, che spengono giovani vite.
Quindi, meglio il “demone meridiano” anche perché può essere vinto dalla piacevole usanza della controra, il primo pomeriggio dedicato (quando è possibile) al riposo, al riparo dalla calura. Un’usanza che viene dall’Italia contadina quando s’interrompeva il lavoro all’aperto per evitare insolazioni.
Infatti il Prof. Adriano Mazzarella docente di climatologia nell’Università Federico II di Napoli in un suo scritto del 2009 ha osservato che per evitare la calura estiva che avrebbe reso ancora più duro il già massacrante lavoro dei campi, i contadini andavano a lavorare la terra con il sorgere del sole. Quindi a mezzogiorno mangiavano, poi si riposavano perché, “nella loro saggezza, avevano capito che il caldo eccessivo delle ore subito dopo mezzogiorno li avrebbe inutilmente affaticati nel lavoro; i lavori venivano poi ripresi quando il sole incominciava ad abbassarsi […]” (https://www.unina.it/-/1332841-tempo-di-controra-l-ozio-estivo-che-fa-bene-al-cervello)
*Questo articolo sintetizza e rielabora un capitolo del mio libro Il sogno di Afrodite,l’inganno di Apollo Firenze 2013

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