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La conservazione dell’esistente non aiuta
“SPENDERE MENO PER PAGARE MENO”

Abbassiamo le aliquote, restituiamo ossigeno ai produttori e dignità al lavoro, ecco la strada da seguire. Di Davide Giacalone

di Davide Giacalone | 21 Aprile 2009

Servono soldi. Servono per i terremotati e servirebbero comunque, visto che il gettito fiscale cala. Ci sono tre strade, che si possono percorrere ad occhi chiusi: tassare di più la benzina, le sigarette ed i ricchi. Tre strade percorse da tutti i governi, e che non portano da nessuna parte. La prima penalizza la mobilità e favorisce i prezzi alti, la seconda favorisce il contrabbando (salvo poi sovvenzionare la coltivazione del tabacco), la terza non fa piangere i ricchi, ma il buon senso, giacché ad una minoranza d’Italiani, circa uno su venti, che lavora onestamente, dobbiamo già la metà delle tasse pagate.

Prendiamo il prezzo dei carburanti, già gravati da un numero patologico di accise, che sono imposte sulla fabbricazione e vendita. L’accisa non si calcola sul valore, come l’iva, ma sulle unità prodotte o vendute. Per intenderci: ogni litro di benzina paga le sue accise. Quali? Ce ne sono di destinate al finanziamento della guerra in Etiopia (1935), per la crisi nel canale di Suez (1956), per il disastro del Vajont (1963), per l’alluvione di Firenze (1966) così come per vari terremoti successivi e, da ultimo, per il finanziamento delle missioni militari in Libano (1983, poi ci siamo tornati e lì stiamo ancora, ma senza attingere a quello specifico prelievo) ed in Bosnia (1996).

Come capisce anche chi non si occupa di finanza, come anche chi detesta la storia, alcune di queste accise potrebbero essere cancellate, approfittando del fatto, ad esempio, che non facciamo più la guerra agli etiopi. In realtà quei soldi sono da tempo destinati alla fiscalità generale, finiscono, insomma, nelle casse statali senza alcuna destinazione d’uso prestabilita. Il fisco non ci rinuncia. Possiamo anche, adesso, aggiungere un’accisa per il terremoto abruzzese, ma solo perché abbiamo rinunciato a curare il male e deciso di lasciarla in eredità ai nostri nipoti.

Dopo la pubblicazione dei dati relativi ai redditi degli italiani, nel 2006, e dopo la foto scattata all’ipocrisia fiscale (martedì scorso), con il sommarsi d’evasione di massa ed aliquote da rapina, alcuni lettori mi hanno chiesto: e allora, che si fa? s’imbocca la via della lotta all’evasione, oppure la si tollera e, addirittura, giustifica? Il dilemma è assai mal posto. Il fisco è solo una faccia dello Stato intermediatore di ricchezza, quella da cui riscuote, mentre dall’altra parte spende. Detestare la prima e reclamare la seconda è irragionevole. Dovrebbe ridimensionarsi e riqualificarsi, da ambo le parti.

Dapprima lo Stato incassa perché spende, esige tasse perché ha compiti ed opere da finanziare. Poi spende perché incassa, nel senso che la macchina alimenta se stessa e la gestione della spesa pubblica diventa un mestiere che prescinde dai bisogni e dai doveri. Infine è costretto ad incassare sempre di più perché ha già speso oltre misura e non riesce a fermarsi, ha accumulato il debito ed intere fette della popolazione campano ciucciando dal mammellone. La prima fase è fisiologia, la seconda patologica, la terza è terminale. A quel punto si prendono soldi a chi produce ricchezza per trasferirli a chi predilige la rendita.

Se si divide il gettito fiscale fra i contribuenti onesti, si scopre che pochi pagano troppo. Se si dividesse fra i cittadini tutti, la pressione sarebbe alta, ma meno insopportabile. Ovvero: i veri ricchi sono quelli che si fingono miserabili. “Pagare tutti per pagare meno” è una corbelleria, perché prevale la prima cosa e si trasferisce troppa ricchezza allo Stato, strangolando interi settori. Lo slogan sano è: “Spendere meno per pagare meno”. Abbassiamo le aliquote, restituiamo ossigeno ai produttori e dignità al lavoro, togliamo i profittatori dal nostro groppone, dopo di che sarà possibile la riduzione dell’evasione ad un tasso fisiologico. Senza moralismi immorali, offrendo mercato a chi ha voglia di fare. Il terremoto non cambia il quadro, ma rischia d’essere l’alibi, davvero cinico, per lasciare tutto immutato, vestendo di solidarietà la conservazione dell’esistente.

Davide Giacalone
– Pubblicato da Libero

Pubblicato in : Primo piano

Info Davide Giacalone

Dal 1980 al 1986 è stato segretario nazionale della Federazione Giovanile Repubblicana e dirigente del PRI. Dal 1981 al 1982 è stato Capo della Segreteria del Presidente del Consiglio dei ministri, Giovanni Spadolini. Dal 1987 al 1991 è stato consigliere del Ministro delle poste e delle telecomunicazioni Oscar Mammì. È stato consigliere d’amministrazione e membro del comitato esecutivo delle società SIP, Italcable e Telespazio. Pubblicista dal 1985, lasciata la politica, è direttore de La Ragione e di Smoking, ed editorialista de L’Opinione. È stato anche consulente della Fininvest. Attualmente è una delle firme di Libero e collabora con l’emittente radiofonica nazionale RTL 102.5 dove ogni mattina, da lunedì a sabato, alle 7:10 circa durante la rassegna stampa contenuta nel programma Non stop news, commenta una notizia apparsa sulle prime pagine dei quotidiani nazionali. Da questa esperienza è nato il libro Diario Civile, edito nel 2005. Scrive inoltre articoli pubblicati sul suo sito www.davidegiacalone.it.

Nel gennaio 2010 il consiglio dei ministri (Governo Berlusconi IV) lo nomina presidente di DigitPA, nuova denominazione del “Centro nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione” [5]. Nel 2011 è nominato Presidente dell’Agenzia Nazionale per la Diffusione delle Tecnologie dell’Innovazione, creata da Renato Brunetta, allora Ministro della Funzione Pubblica e l’Innovazione.

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