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La comunicazione politica americana da Kennedy a Trump

Il rapporto che ebbero con i media, la comunicazione interpersonale e il grado di empatia che ognuno di loro stabilì con la gente nel nuovo libro di Alessandro Vittorio Sorani

di Gabriele Parenti | 26 Ottobre 2020
Il rapporto che ebbero con i media, la comunicazione interpersonale e il grado di empatia che ognuno di loro stabilì con la gente nel nuovo libro di Alessandro Vittorio Sorani

Per l’ampiezza dei loro poteri e per il sistema di elezione diretta, l’aspetto della comunicazione mediatica o interpersonale è sempre stato molto importante per i Presidenti e interessa da vicino polititologi, sociologi ,studiosi di psicologia sociale. Ma ha anche un impatto sul grande pubblico perché le figure dei Presidenti Usa hanno  influenzato la vita politica di tutto il mondo occidentale

In questo recente libro che s’intitola ,appunto La comunicazione politica americana da Kennedy a Trump (Polistampa- Mauro Pagliai edit. Firenze 2020) Alessandro Vittorio Sorani traccia il profilo degli ultimi undici Presidenti narrandone in modo agile e avvincente la biografia, le campagne elettorali, gli aspetti più rilevanti del loro mandato con particolare riferimento all’aspetto della comunicazione.

Il dibattito televisivo tra Kennedy e  Nixon nel settembre 1960 è passato alla storia perché fu il primo tra i candidati alla Casa Bianca ed  ebbe un forte peso sulla vittoria finale.  E’ noto che Nixon arrivò stanco, avendo fatto campagna elettorale tutto il giorno. Per di più  aveva un principio d’ influenza e appariva pallido e non pefettamente rasato. Kennedy, invece, era “tonico, abbrozato rilassato…elegante”.

Da quel momento  la strategia d’immagine entrò a far parte del bagaglio dei personaggi politici in tutto il mondo e si parlò a lungo dello stile comunicativo di JFK.  

Questo libro di  Alessandro Vittorio Sorani (uno dei più noti formatori e consulenti sui temi del parlare in pubblico e della leadership che da vent’anni ha formato e affiancato

politici, imprenditori, sportivi e sindacalisti) esamina accuratamente e con  osservazioni quanto mai significative  lo stile di leadership e l’agire comunicativo  dei  Presidenti Usa che si sono avvicendati da Kennedy a Trump: undici diversi modi di relazionarsi col pubblico.
Per ognuno dei protagonisti l’autore traccia un ritratto biografico, mettendo in luce soprattutto le peculiarità dello stile comunicativo, come l’estrema cura per l’immagine da parte di JFK e la sua  capacità di  delineare grandi orizzonti come la Nuova frontiera nei quali  l’elettore non era soggetto passivo ma  parte integrante,attiva,del  progetto politico.

Il suo successore  Lindon Johnson  non  aveva la stessa capacità d’interagire con I media ma era abilissimo nelle relazioni interpersonali. Per questo aveva un peso  così rilevante nelle convention e il libro approfondisce le caratteristiche del suo stile, I suoi atout e i suoi limiti.

Ampio spazio viene dedicato anche al fenomeno Reagan che dominò gli anni ’80.  Sebbene fosse  ormai anziano  rivelò doti  eccezionali di grande comunicatore . 

Sorani rileva che, sebbene fossero politicamente molto distanti, un filo sottile lega la comunicazione di  Reagan a quella di Kennedy I due Presidenti con il più alto indice di gradimento della storia. Reagan seppe apparire energico e rassicurante … Si ricorda il braccio di ferro con l’Unione sovietica e la sua definizione di impero del male che coniò con  accuratezza,  I  suoi furono gli anni dell’America fiera della sua prosperità,  che voleva essere più rispettata nel mondo. Non a caso furono gli anni di Rocky IV e di Rambo oltre che dell’ individualismo. Tra l’altro il protagonismo di Reagan cambiò il concetto di conferenza stampa rispetto all’aspetto colloquiale che aveva in precedenza.

 Reagan  sconfisse  il Presidente Carter che fece vari  autogol comunicativi  fra cui il  noto  discorso del malessere. Il 15 luglio 1979, si rivolse alla nazione in diretta televisiva per discutere della crisi energetica  ed economica.  Il Malaise speech  fu definito  un sermone e una sorta di reprimenda non solo per il  tono monocorde ma perchè  aveva solo visioni negative che mettevano con le spalle al muro e Sorani  ne  analizza anche la comunciazione non verbale fu giudicata altrettanto negativamente. Anche l’insistere sulle consultazioni, sull’ascolto  fu considerato segno di debolezza  perchè  -commenta Sorani –  gli americani volevano  che il Presidente apparisse sicuro nelle scelte che fosse una guida

Bill Clinton, invece,  viene  considerato uno  dei più grandi  Presidenti sia come uomo di governo che come comunicatore  e come stratega elettorale.  Rifiutò la candidatura nel   1988 e si presentò con slancio  quattro anni dopo. Da musicista – sottolinea Sorani – aveva il senso del  ritmo.  In effetti,  Infatti coglieva i tempi giusti nelle scelte, nel modo di relazionarsi e  dedicava  particolare cura  alla struttura dei suoi discorsi .

Per Bush senior, questo libro rileva he il suo discorso più importante fu quello che  non volle fare….rifiutò una ghiotta opportunità mediatica per non ostacolare il processo di disgregazione del comunismo, Celebre, inoltre, la sua immagine dei Thousand points of light  che riprese in molti discorsi. 

Interessante anche il capitolo dedicato a Bush junior che di solito  non è  considerato  un   buon comunicatore  ma che Sorani  definisce come personaggio complesso. Ad esempio,  le sue note gaffes o le storpiature di alcune parole veicolavano un messaggio di vicinanza alla gente. Sapeva quindi suscitare empatia che è particolarmente importante nella  comunicazione politica americana. Quindi Bush citava aneddoti, faceva riferimenti  concreti a  con tanto di nome a pompieri del ground zero, a vedove di guerra  e il libro cita varie frasi a effetto che coniava nei suoi  discorsi 

Quanto a Obama a cui dedica ampio spazio, Sorani ricorda che  bruciò  le tappe in politica , è stato l’unico ad annunciare la sua candidatura  con due anni di anticipo. I suoi avversari lo definivano una rockstar e, in effetti, ogni suo discorso era un evento epocale con un’empatia mai vista fino ad allora  con un mix  comunicazione a raggio lungo e corto 

Descrivendo la prima campagna elettorale di Trump Sorani ne osserva i toni ,la forza d’urto  di quando attaccava e  costringeva l’avversario politico a mettersi sulla difensiva indebolendo così la sua posizione

Make America great  again  era il  suo slogan. La sua  fu una campagna  in salita perché era perception  come un dilettante alle bagaglio ma era  popolare e amato dal cento Medio in quanto emblema del sogno americano  e per molti rappresentò l’orgoglio dell’ America first. 

In questo modo il parvenu, il dilettante divenne il candidato più votato nella storia delle primarie americane. Sintomatici i tre dibattiti televisivi che furono scontri diretti anzi dei veri duelli .

Tra l’altro, il saggio di Sorani che, facendo riferimento al passato, offre anche una valida lettura per  comprendere e  commentare la campagna elettorale che si sta concludendo in questi giorni .

Alessandro Vittorio Sorani ha insegnato Psicologia Sociale presso la Scuola di Medicina dell’Università di Firenze e collabora con la Scuola di Scienze Politiche della stessa Università. È presidente di Confartigianato Imprese Firenze e vicepresidente di Polimoda e della Scuola di Scienze Aziendali e Tecnologie Industriali. Tra i  suoi libri  Parola di leader. Conversazioni sul discorso carismatico (Mauro Pagliai, 2008) e La comunicazione politica americana da Kennedy a Trump (Mauro Pagliai, 2020).

Gabriele Parenti

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, braccio di ferro, bush, campagna elettorale, casa bianca, comunismo, conferenza stampa, crisi, discorso, firenze, governo, leadership, lega, mondo, nazione, obama, parvenu, personaggi, Polistampa, politica americana, primarie, processo, scontri, scuola, slogan

Info Gabriele Parenti

Giornalista professionista e scrittore, ha svolto per numerosi anni, all’interno della RAI, attività di progettazione e conduzione di programmi radiotelevisivi per le reti nazionali e per la Sede Rai Toscana.

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