
C’è un’immagine che in queste ore restituisce fiducia nell’umanità. È quella degli aerei carichi di aiuti, delle squadre di soccorso che partono senza chiedere quale sia la nazionalità delle vittime, dei medici che attraversano oceani per salvare persone che non hanno mai conosciuto. È l’immagine della solidarietà internazionale che si mette in moto dopo una catastrofe naturale.
Davanti al terremoto che ha devastato il Venezuela, il mondo ha reagito come il mondo dovrebbe sempre reagire: senza esitazioni, senza distinguere tra amici e nemici, senza calcolare convenienze politiche. Quando la terra trema, non esistono ideologie. Esistono esseri umani da salvare. Ogni volta che la natura ci ricorda la sua forza, scopriamo anche la nostra fragilità. Ed è proprio in quei momenti che emerge il volto migliore dell’umanità: quello della cooperazione, della generosità, della competenza messa gratuitamente al servizio degli altri. È il mondo che ci piace. Ma proprio questa straordinaria capacità di mobilitazione pone una domanda che non possiamo evitare. Perché la stessa urgenza non riesce ad affermarsi quando la tragedia non nasce dalla natura ma dalle decisioni degli uomini?
A Gaza migliaia di civili continuano a vivere in condizioni estreme. Intere famiglie sono state costrette ad abbandonare le proprie case, gli ospedali operano tra enormi difficoltà, l’accesso agli aiuti umanitari è stato a lungo limitato e continua a essere oggetto di tensioni e negoziati. A pagare il prezzo più alto sono soprattutto i bambini, gli anziani e i più fragili. Le guerre hanno sempre responsabilità politiche e militari. Le vittime civili, invece, hanno tutte lo stesso volto. Il diritto internazionale umanitario non distingue il valore di una vita in base alla bandiera sotto la quale è nata. Per questo la comunità internazionale non può limitarsi alla diplomazia quando intere popolazioni rimangono senza acqua, senza cure, senza cibo e senza prospettive.
Le Nazioni Unite sono nate proprio per questo: proteggere la pace e difendere i civili quando gli Stati non riescono o non vogliono farlo.
Se necessario, la comunità internazionale dovrebbe trovare il coraggio politico di garantire corridoi umanitari realmente sicuri e permanenti, sostenuti da una presenza internazionale credibile e condivisa. Non è una scelta contro qualcuno. È una scelta a favore della vita. Lo stesso principio dovrebbe valere ovunque: in ogni luogo dove la guerra, la violenza o la tirannia schiacciano popolazioni innocenti. Guardando la rapidità con cui il mondo ha risposto al terremoto, ho provato un sentimento che non avrei immaginato: orgoglio. Orgoglio di appartenere a un’umanità che, quando decide di mettere al centro la persona, è capace di cose straordinarie. Forse non ci manca la capacità di aiutare. Ci manca la volontà di farlo sempre.
Papa Francesco lo ha ripetuto innumerevoli volte. E prima ancora lo aveva fatto il Vangelo, con parole che non hanno perso forza dopo duemila anni: “Avevo fame e mi avete dato da mangiare; avevo sete e mi avete dato da bere… Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.” Forse il vero confine tra civiltà e barbarie non è quello che separa gli Stati. È quello che separa l’indifferenza dalla solidarietà.
Angelo Santoro

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