12 dicembre, Cgil in piazza non tanto contro il governo quanto contro ogni ipotesi di cambiamento dello status quo per quello che riguarda lavoro, scuola, pubblico impiego. Le misure messe in campo, o ipotizzate, da Sacconi, Brunetta e Gelmini possono piacere o non piacere ma muovono dall’assunto che le cose così come sono oggi, nei tre settori indicati, non possono più andare avanti. A pagare il conto è il Paese nel suo complesso e sono i cittadini, soprattutto quelli che possono risalire la scala sociale puntando sul merito. Chi condivide l’assunto, cambiare, ma non qualche aspetto dei provvedimenti, ha il diritto-dovere di dirlo ma nel contempo deve mettersi ad un tavolo per trovare le soluzioni che a suo giudizio sono più adeguate. Non è questo il caso della Cgil che contesta le misure alla radice e che non vuole perdere il potere di rappresentanza che ha di fatto acquisito nel mondo del lavoro, ed in particolare nel pubblico impiego. Per questo la battaglia che si sta svolgendo nel Paese è principalmente di tipo culturale. Fino ad oggi l’Italia ha vissuto solo formalmente in una economia di mercato. Il nostro era un mercato di tipo protetto, molto vicino alle economie pianificate tipiche dei vecchi paesi dell’est. Oggi quel mondo, fosse giusto o sbagliato, e noi pensiamo fosse sbagliato, non c’è più. Bisogna confrontarsi con un’altra realtà. L’Italia non ha le regole e gli strumenti per farlo. O recupera le une e gli altri oppure sarà ai margini del mondo sviluppato. Il nocciolo della questione è tutto qui. Bisogna spiegarlo agli italiani. Lo devono fare le forze politiche, lo devono fare i sindacati, almeno quelli più responsabili, per la ragione molto semplice che il governo da solo non lo può fare. Non è una incapacità di questo governo, sarebbe lo stesso per tutti. Servono sul territorio ripetitori convincenti, persone e istituzioni che abbiano credibilità e credito da spendere verso i cittadini. Ma, ed ecco l’altro corno del dilemma, partiti e sindacati hanno il coraggio, la capacità e la voglia di intraprendere un’azione di questo tipo? La risposta è scoraggiante. La Cgil è impegnata nella battaglia opposta, il PD si lascia tentare dall’opportunità di sfruttare l’onda della contestazione per mettere in difficoltà il governo, la sinistra vive su un altro pianeta, restano sul fronte sindacale UIL e CISL e su quello politico PDL e Udc. I due sindacati confederali tentano ogni tanto di smarcarsi dalla Cgil ma diciamo la verità tutti tengono famiglia ed è la Cgil che garantisce a Cisl e soprattutto Uil, posti e prebende. La situazione, sia pure per motivi diversi, è ancora più sconfortante sul fronte dei partiti di centro e di centro destra. L’Udc è impegnata in una lotta senza quartiere per la sopravvivenza. Dopo che Casini ha deciso di smarcarsi da Berlusconi, il pericolo di sparire è sempre più concreto e allora vediamo i centristi arrampicarsi sugli specchi per distinguersi dagli ex alleati. Fanno sinceramente pena. Per difendere il loro spazio, leggasi poltrone, sono costretti a dissentire anche quando il cuore, e soprattutto la ragione, li porterebbe dove sono sempre stati. Resta il PDL, ma qui è peggio che andare di notte. Il partito, sul territorio, semplicemente non esiste. L’aver tolto la preferenza ha avuto come conseguenza che le liste sono state fatte da un numero ristrettissimo di persone. Si è mandato in Parlamento, in molti casi ovviamente non in tutti, persone che avevano il solo merito di ubbidire al capetto locale. E’ venuta fuori una classe politica di mediocri che al massimo è in grado di parlare agli iscritti ma non certo agli elettori. Che credibilità hanno ora costoro di fronte al Paese per difendere, sul piano concettuale, le scelte che faticosamente il governo cerca di portare avanti? Francamente nessuna. La conseguenza è che il governo è solo con se stesso. La battaglia che sta facendo è giusta ma non è in grado di parlare seriamente al Paese. Non sarà facile arrivare in fondo alla strada intrapresa.

Lascia un commento