
Negli Stati Uniti le dinastie politiche non sono mai passate davvero di moda. Solo un quarto di secolo fa Bush padre e Bush figlio riuscirono in una doppietta che allora sembrò un’eccezione, ma che col tempo si è rivelata una tendenza. Repubblicani entrambi, come repubblicani sono Donald Trump e il suo ristretto, fedelissimo cerchio familiare. In America cambiano i protagonisti, non il copione: il potere ama restare in casa. E allora perché stupirsi se nella fantapolitica trumpiana la vera carta vincente non fosse lui, ma il genero? Ivanka a ben vedere sarebbe stata perfetta: se fosse “nata politicamente” negli Stati Uniti, più che biologicamente, avrebbe incarnato l’immagine ideale che l’America cerca da tempo. Donna di successo, impeccabile, moderna. La prima donna presidente non avrebbe potuto avere volto migliore, almeno sul piano mediatico. Otto anni da First Lady accanto a un presidente iperattivo e intraprendente, l’avrebbero consacrata icona globale: una bellezza leggermente consumata dal potere, ma ancora carica di fascino e autorevolezza. E invece no. Meglio il genero. Trump ormai troppo anziano per guidare in prima persona un Paese tanto dinamico quanto logorante, non può nemmeno tornare direttamente alla Casa Bianca senza forzare la mano alla Costituzione: servirebbe un emendamento, operazione tutt’altro che semplice. Molto più elegante – e molto più trumpiano – governare da dietro le quinte, da eminenza grigia, lasciando la ribalta a chi ha l’età giusta, il curriculum costruibile e l’immagine spendibile. Nel frattempo Jared Kushner fa pratica. Diplomazia, Medio Oriente, relazioni internazionali: esperienza vera o presunta poco importa. In questa narrazione conta il simbolo più della sostanza. Del resto negli Stati Uniti contemporanei la Casa Bianca somiglia sempre più a una holding familiare, dove il confine tra interesse pubblico e privato è sottile, mobile, talvolta invisibile. Fantapolitica, certo. Ma in America, si sa, la realtà spesso arriva subito dopo.
Angelo Santoro

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