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Se la campagna elettorale sarà solo ricette miracolose e promesse mirabolanti il risultato è già scritto: vinceranno i populisti doc.

di Enrico Cisnetto | 14 Gennaio 2018

Scoraggiante, deprimente, irritante. Sono molti gli aggettivi che si possono usare, senza timore di esagerare, per descrivere la campagna elettorale che ci accompagnerà al voto del 4 marzo prossimo. Poche settimane, ma saranno più che sufficienti a darci la misura del livello di indecenza a cui è scaduta la politica italiana. Gli italiani, che da un lato sembrano rassegnati a questo stato di cose, dall’altro paiono pervasi da una forte e crescente preoccupazione per quello che potrà accadere dopo, sia in termini di vuoto di potere che si produrrebbe se, come probabile, non ci sarà un vincitore, sia per scelte irragionevoli che potrebbero essere prese se a prevalere fossero le forze maggiormente inclini al populismo (lo sono tutte, ma esiste pur sempre una certa graduatoria che in queste sede a più riprese abbiamo cercato di formulare e rappresentare). Noi, a queste più che fondate preoccupazioni aggiungiamo quella che a un cattivo esito delle elezioni possa far seguito un ritorno dell’Italia nel mirino dei mercati finanziari, con esiti che, come già è avvenuto nel 2011, rischiano di rivelarsi disastrosi.

Oltre a quella che state leggendo, ci saranno altre sei newsletter di TerzaRepubblica prima delle elezioni che ci consentiranno di analizzare le prospettive del voto e le sue possibili conseguenze. Le useremo per dare a voi, cari lettori, e a noi stessi, le chiavi di lettura più utili a far sì che il voto – anche nella forma che da tempo definiamo di “astensione consapevole” – sia un comportamento razionale, frutto di valutazioni ragionate e dunque, per quanto possibile, ci tenga al riparo dalle inquietudini. Oggi, però, non possiamo non partire dalla modalità con cui le forze politiche – tutte, senza eccezione alcuna – hanno deciso di approcciare gli elettori, e cioè partendo dal presupposto che siano tutti fessi e ignoranti e che per conquistarne il consenso la cosa migliore da fare sia raccontargli un sacco di frottole e ammannire loro promesse roboanti. Cosa che è rivelatrice della crisi ormai strutturale del sistema politico e degli effetti corrosivi che essa produce sulle istituzioni repubblicane e sulla loro tenuta democratica.

Azzeccando il giudizio, ma dimenticandosi di essere corresponsabili di contato disastro per aver negli anni alimentato il sentimento dell’anti-politica, i due maggiori quotidiani sono stati più che severi nel valutare l’approccio alla campagna elettorale. Repubblica ha definito i candidati alla guida dell’Italia incapaci di immaginare il futuro e dunque intenti solo a smontare compulsivamente il presente e rinfacciarsi brutalmente il passato. Il Corriere della Sera ha denunciato il “clima iperbolico” del dibattito politico, sottolineando che questa volta la solita inclinazione a spendere è a “togliere” – tasse, obblighi, doveri, fastidi – anziché ad “aggiungere” – vi diamo questo e quello in più – come per esempio è stato fatto con i famosi “80 euro” renziani. In effetti, è difficile dar torto ai due quotidiani quando senti i 5stelle indicare spesa pubblica aggiuntiva, tutta a carico del deficit, per 100 miliardi, e per finalità a dir poco confuse, oppure vedi Berlusconi a Porta a Porta raccontare che ha intenzione di applicare una flat tax che costerà oltre 100 miliardi – evidentemente è la cifra tonda che si ritiene, in questa escalation populista, la più efficace a colpire l’attenzione degli elettori – a fronte di assai poco precise voci di risparmio per addirittura 130 miliardi, in modo tale che Bruxelles non ci contesti la manovra di bilancio. O quando ascolti la litania delle abolizioni: imposte, vaccini, bollo auto, canone Rai, tasse universitarie, legge Fornero, jobs act, sbarco dei migranti. Ed è solo l’inizio. Di Maio ha già detto che se andrà a palazzo Chigi metterà nel forno crematorio 400 leggi (quali non importa) con un unico atto di governo. Ci aspettiamo che altri giochino a chi rilancia di più. Intanto, siamo al bitcoin delle promesse assistenziali: uno lo chiama “reddito di cittadinanza” (5stelle), l’altro “reddito di inclusione” (Pd), l’altro ancora “reddito di dignità” (Forza Italia), cui si aggiunge il classico “reddito minimo garantito” proposto da sempre dalla sinistra dura e pura. Se fosse una società quotata in Borsa, l’irresponsabilità sarebbe una blue chips perennemente in rialzo.

Non uno, viceversa, che analizzi il reale stato di salute del paese – al di là della propaganda, che prevede lo schema “va tutto bene” da parte di chi è al governo contrapposto a “è tutto un disastro” per chi sta all’opposizione – e proceda ad una diagnosi severa e circostanziata, traendo indicazioni tanto opportune quanto realistiche. Figurarsi la progettualità, l’idea di paese che si ha (si dovrebbe avere) in testa e che si vuole trasmettere ai cittadini. Roba per marziani. Anche perché per essere seria, la voglia di progettare il futuro prevede l’esistenza di un retroterra di cultura politica – con economia e sociologia sottostanti – che da (troppo) tempo non esiste più. Per questo, anche in quei pochi casi in cui qualcuno si avventura a guardare avanti, si finisce col farlo ignorando le trasformazioni socio-economiche in atto. Se non ci fosse il ministro Calenda a farlo – che non a caso si è chiamato fuori dalla competizione elettorale – nessuno parla, anche perché nessuno sa bene cosa significhi, di Industria 4.0 e delle tipologie professionali che essa impone (oggi quelle più richieste dal mercato fino a dieci anni non esistevano). Sarà per questo che l’altro giorno di fronte ai nuovi dati Istat sull’occupazione, apparentemente positivi, la reazione è stata dividersi tra il trionfalismo dei governativi (noi abbiamo prodotto nuovi posti di lavoro) e il nichilismo degli oppositori (troppo poco e quel poco sono contratti a tempo determinato e perciò stesso precari). Nessuno invece che si sia soffermato sulla povertà qualitativa di quel dato, che non sta nel fatto che la maggior parte dei nuovi contratti hanno una scadenza temporale, ma nelle tipologie di quei lavori, tutti di basso per non dire infimo livello, il che segnala che alla crescita del pil concorre in misura ancora troppo circoscritta l’industria del futuro. Eppure sarebbe bastato leggere Dario Di Vico sul Corriere della Sera, che questa distinzione tra quantità e qualità della nuova occupazione l’ha tracciata egregiamente, per capire che occorre dotarsi ben altri occhiali per guardare la realtà e trarre da essa le indicazioni necessarie per fare scelte politiche lungimiranti.

La cosa più sconfortante è che la rincorsa elettorale basata sullo schema “a populista, populista e mezzo” la stanno facendo quelle forze che si dicono estranee al populismo e chiederanno il voto per arginare le forze che non si vergognano di quell’etichetta. Una giostra sulla quale sono salite nonostante che la ripresa economica potesse creare i presupposti per un approccio meno demagogico e senza tenere in minimo conto gli insegnamenti che l’esito del referendum costituzionale avrebbe dovuto impartire circa i sentimenti che animano gli italiani. Ma proprio per questo, a sette settimane dal voto, ci sentiamo fin d’ora di avanzare un pronostico: l’idea di un populismo buono che scaccia quello cattivo sarà pesantemente punita nelle urne. Più si offriranno agli elettori ricette miracolose e promesse mirabolanti, e più s’ingrosseranno le fila dell’astensionismo e dei populisti doc.

Enrico Cisnetto

 

Pubblicato in : EditorialeTag: 2011, anni, berlusconi, borsa, bruxelles, campagna elettorale, consenso, corriere della sera, crisi, cultura politica, elezioni, futuro, governo, il corriere della sera, istat, italia, lavoro, manovra, mercati, mercati finanziari, mercato, palazzo chigi, pd, politica italiana, populista

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Orazio

    15 Gennaio 2018 alle 12:22

    Assolutamente d’accordo.

    Rispondi

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