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La caduta di Maduro è un bene, ma Trump ha fatto al Venezuela quello che Putin voleva fare all’Ucraina

L’uomo forte di Caracas è stato un violento autocrate responsabile del collasso sociale ed economico del suo Paese. I modi, le motivazioni e le implicazioni del blitz Usa in Venezuela, tuttavia, sono talmente brutali e insostenibili da non giustificare alcun plauso per chi si riconosce genuinamente nei principi democratici e nel diritto internazionale. Quando cade un autocrate o viene rovesciata una dittatura la comunità dei paesi democratici si rallegra. La rimozione di Maduro probabilmente passerà alla storia come l’eccezione che conferma la regola. Non c’è alcun dubbio che il presidente del Venezuela sia stato un violento autocrate responsabile del collasso sociale ed economico del suo Paese eliminando le voci critiche sia con la forza che con un potere giudiziario corrotto così come non ci sono dubbi che le elezioni del luglio del 2024 che lo hanno riportato al potere siano state pesantemente manipolate.

di Paolo Bergamaschi | 7 Gennaio 2026

Quando cade un autocrate o viene rovesciata una dittatura la comunità dei paesi democratici si rallegra. La rimozione di Maduro probabilmente passerà alla storia come l’eccezione che conferma la regola. Non c’è alcun dubbio che il presidente del Venezuela sia stato un violento autocrate responsabile del collasso sociale ed economico del suo Paese eliminando le voci critiche sia con la forza che con un potere giudiziario corrotto così come non ci sono dubbi che le elezioni del luglio del 2024 che lo hanno riportato al potere siano state pesantemente manipolate. I modi, le motivazioni e le implicazioni del blitz americano in Venezuela, tuttavia, sono talmente brutali e insostenibili da non giustificare alcun plauso per chi si riconosce genuinamente nei principi democratici e nel diritto internazionale.

Donald Trump ha fatto oggi in Venezuela quello che Vladimir Putin intendeva fare in Ucraina nel febbraio del 2022 solo che allora grazie ai servizi di intelligence occidentali Volodymyr Zelensky fu messo in sicurezza mentre i russi non sono riusciti o non hanno voluto fare altrettanto con Nicolas Maduro. «Gli Stati Uniti gestiranno il Venezuela fino al momento in cui potranno istituire un nuovo governo», ha dichiarato il presidente americano senza sbilanciarsi oltre. Tradotto in parole crude la “transizione politica” a Caracas verrà decisa a Washington e porterà al potere un regime fantoccio sottomesso, addomesticato o comunque gradito agli americani. Ne più, ne meno quello che avrebbe voluto ma non è riuscito a fare Putin in Ucraina.

Si tratta ora di capire fino a che punto può spingersi la reinterpretazione della “Dottrina Monroe” in versione Trump. Quando me la spiegava il mio professore di Storia Americana alla High School durante l’anno di studio da studente straniero negli Usa la descriveva come un pezzo di ferro vecchio che arrugginiva negli archivi della geopolitica ma con tutta evidenza non è più così. Chi ha visto la conferenza stampa che Donald Trump ha tenuto nella sua residenza privata di Mar a Lago poche ore dopo il blitz non ha potuto non rimanere sconcertato dall’esibizione di self-confidence e dallo sfoggio di auto-compiacimento e auto-referenzialità di chi è oggi al potere negli Usa. Trump ha definito il Venezuela una questione di sicurezza nazionale.

Il prossimo 12 gennaio l’Ue e il Mercosur. organismo composto da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay,  dovrebbero firmare uno storico accordo economico-commerciale che crea una delle più grandi aree di libero scambio del pianeta. La dottrina coniata nel 1823 dal presidente americano James Monroe aveva l’obiettivo di mettere al riparo i giovani Stati latino-americani dell’epoca dalle scorribande delle ex potenze coloniali europee; oggi quella stessa dottrina viene riconvertita e usata da Donald Trump per proteggere le scorribande delle imprese statunitensi in America Latina. Porte aperte, quindi, al ritorno delle compagnie petrolifere americane in Venezuela, le stesse che hanno finanziato la sua campagna elettorale, per riprendersi quello che, a suo dire, era stato loro sottratto, ha annunciato Trump nel corso dell’incontro con i giornalisti. Nulla vieta che per estensione della sua originale rivisitazione della Dottrina Monroe il tycoon possa ritenere, un giorno, che l’accordo Ue-Mercosur minacci gli interessi americani nella regione e intervenire di conseguenza imponendo uno stop.

I tentacoli della piovra finanziaria della famiglia Trump e dei suoi accoliti ormai si allungano ovunque infrangendo qualsiasi residuale separazione fra pubblico e privato. All’Ucraina, lo scorso aprile, è stato imposto l’accordo sui minerali critici che prescrive lo sfruttamento congiunto delle risorse naturali del Paese con le imprese americane (Zelensky dopo qualche resistenza non ha potuto che accettare pur di assicurarsi il sostegno militare americano). Il punto 14 del piano di pace per il conflitto ucraino proposto nello scorso novembre dall’inviato speciale di Trump, nonché socio di affari, Steve Witkoff prevede espressamente l’accantonamento di 100 miliardi di dollari di asset russi ora congelati in Europa per un fondo di ricostruzione a guida americana dell’Ucraina di cui il 50% dei profitti andrebbe alle imprese statunitensi.

E dopo il petrolio del Venezuela ora è il turno della Groenlandia e anche per questa si adducono questioni di sicurezza nazionale. Improbabile, anche se non impossibile, che per la Groenlandia si sbricioli la Nato (il Congresso americano non lo permetterebbe); molto più plausibile che anche in questo caso la voracità americana si concentri su un accordo privilegiato di sfruttamento delle immense risorse naturali dell’isola oltre a un’accresciuta presenza militare. Intanto Putin aspetta la sua fetta di bottino mentre in Europa si tergiversa aspettando le elezioni americane di metà mandato a inizio novembre. Ma mancano ancora dieci mesi e può succedere davvero di tutto.     

Paolo Bergamaschi

(da “Vita.it”)

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Paolo Bergamaschi

Paolo Bergamaschi è nato a Viadana (MN) e ha vissuto per anni a Bruxelles. Ha lavorato per 25 anni come consigliere politico presso la Commissione Esteri del Parlamento Europeo. Veterinario di professione, collabora con riviste, siti web e quotidiani con reportage e analisi di questioni europee e avvenimenti internazionali. E’ spesso ospite di programmi radiofonici che trattano di politica estera. E’ musicista e cantautore con sei cd all’attivo. Ha pubblicato Area di Crisi-Guerra e pace ai confini d’Europa (La Meridiana, 2007), Passaporto di Servizio (Infinito edizioni, 2010), L’Europa oltre il muro (Infinito edizioni, 2013), Terre d’Oriente (Infinito edizioni, 2017) e Terre di Nessuno (Infinito edizioni, 2020).

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