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La bomba dei conti pubblici sta per scoppiare o con il DEF subito o con la manovra dopo il voto. E cambierà tutto

di Enrico Cisnetto | 8 Aprile 2019

C’è una bomba a orologeria pronta a scoppiare, facendo saltare in aria il governo. Il timer prevede una doppia scadenza. Una è ravvicinatissima, ed ha una data già fissata: martedì 9 aprile. L’altra è dopo le elezioni europee, e può variare da giugno a settembre, ma non oltre. Ci riferiamo alla nuova manovra finanziaria, che ha un’anticipazione nel Def, il documento di programmazione, che il ministro Tria deve presentare appunto martedì prossimo, e che poi dovrà tradursi nella legge di bilancio autunnale, salvo la necessità di farla precedere da una manovra correttiva che riduca almeno un po’ lo scarto tra le indicazioni contenute nella legge finanziaria varata a dicembre scorso e la realtà delle condizioni del ciclo economico e della finanza pubblica. Nell’uno o nell’altro dei due casi la bomba scoppia, è certo. Perché per evitare che ciò avvenisse occorrerebbe un miracolo, e al di là dell’intensità della fede di ciascuno, proprio non se ne vedono le condizioni. Non fosse altro per gli equilibri politici che si sono venuti determinando con l’esaurimento del programma di governo contenuto nel famoso “contratto” e il conseguente “stallo” che si è creato sia dentro l’esecutivo che nella maggioranza parlamentare che lo sostiene. Equilibri che risentono in modo evidente di diversi fattori: dei due azionisti del governo, Lega e 5stelle, in totale dissenso su tutto; del venir meno della copertura reciproca che Salvini e Di Maio si erano assicurati sul piano anche personale nella prima fase dell’alleanza; del progressivo affermarsi del Capo dello Stato come terzo soggetto – incomodo per i due, ma necessario per la salvaguardia degli interessi del Paese – che nell’esercitare la difesa di certi principi e nel tutelare l’agibilità dei ministri cosiddetti tecnici ha finito, suo malgrado, per assumere un ruolo sempre più politico.

 

Tutto questo implica due cose. Primo: che 5stelle e Lega non faranno facilmente marcia indietro rispetto alle scelte, e alle non scelte, di qualche mese, sia per la paura di perdere voti – a nostro avviso giustificata solo parzialmente, non fosse altro perché sono più gli italiani che giudicano negativamente la politica economica gialloverde fatta fin qui di quelli che l’approvano – sia per la mancanza di idee alternative (specie da parte dei grillini). Secondo: che il ministro Tria, forte dell’appoggio del Quirinale, sarà non meno caparbio nell’adottare una linea che sia di verità detta al Paese, di argine a derive populiste (vedi le banche), di rigore nella gestione della finanza pubblica e di spinta agli investimenti produttivi e infrastrutturali, a cominciare dalla Tav (trovando attestata su questo punto anche la Lega). Lo farà per senso di responsabilità, prima di tutto, e poi perché gli attacchi personali che ha subito in queste ore, al limite dello squadrismo, gli hanno fatto capire che non è più di tempo di mediazioni e lui non ha da perdere niente di più del prezzo che già oggi sta pagando. E lo farà anche perché a chiederglielo, oltre che il Colle – e già sarebbe più che sufficiente, per lui – sono tutti gli interlocutori internazionali, europei e non, preoccupati che l’Italia salti in aria trascinando nuovamente l’eurozona, e con essa altre aree economiche e monetarie, nell’ennesima fase di crisi.

 

Ma è del tutto evidente che più Tria terrà duro e più si amplierà la divaricazione, oggi già larga, con la maggioranza di governo, e in particolare con Di Maio e compagni. Non solo. Per la Lega, o almeno per alcuni suoi esponenti che si sono fin qui sottratti al tiro al bersaglio sul ministro, si fa largo l’idea di tenere alto il livello di conflitto con i 5stelle anche utilizzando il braccio di ferro su Tria. Con ciò aumentando ulteriormente il livello di tensione dentro governo e maggioranza. Con ciò creando tutte le condizioni potenzialmente favorevoli al fatto che, al momento di girare le carte sulla manovra, la bomba esploda.

 

Quando? Subito, se la scelta di Tria sarà quella – come sembra – di presentare un Def veritiero e non elettorale. In effetti, un po’ tutti i governi in questi anni hanno adottato il criterio speculativo di fare del documento di programmazione un meraviglioso “libro dei sogni”, scrivendo previsioni virtuose, cui Bruxelles faceva finta di credere, che tutti sapevano non avrebbero retto a consuntivo. Ma che era anche, convenzionalmente, il modo per fare deficit spending: non dicendolo preventivamente, anzi. A testimonianza di ciò, basta recuperare l’esercizio che a ottobre scorso noi di TerzaRepubblica facemmo: prendere le previsioni del rapporto deficit-pil contenute nei vari Def e confrontarle con quanto successivamente consuntivato. Scoprimmo che dal 2011 in poi sulle 22 previsioni contenute nei 7 Def presi in esame (escluso l’ultimo, scritto “a politiche invariate” dal governo Gentiloni dimissionario), solo una volta il deficit preventivato si è rivelato superiore o almeno uguale a quello poi riscontrato a consuntivo l’anno dopo. In tutti gli altri casi i governi sono sempre stati troppo “ottimisti”, con uno scarto che in media è risultato di quasi un punto percentuale (0,86 per la precisione).

 

In questo caso, invece, il Def avrebbe una funzione esattamente opposta: dire brutalmente la verità, non nascondendo niente. A cominciare dallo stato di salute della nostra economia, se è vero che Tria avrebbe l’intenzione di prendere atto della condizione recessiva in cui siamo finiti scrivendo una crescita del pil pari allo 0,1%. Che potrebbe anche rivelarsi ugualmente ottimistica, visto che è più probabile – perché largamente stimato dai maggiori centri di analisi internazionali – che davanti a quel decimo di punto ci sia il segno meno. Ma, certo, sarebbe comunque una ipotesi ragionevole e, soprattutto, molto distante da quel +1% o +0,9% di cui il governo ha cianciato fino a dicembre scorso. Come reagiranno Di Maio e Salvini di fronte ad un Def veritiero? La settimana prossima sapremo sia se Tria manterrà ferme le sue intenzioni sia come la metteranno i due azionisti del governo.

 

Ma se l’ostacolo Def fosse in qualche modo superato, consentendo al governo di arrivare alle elezioni del 26 maggio senza aver certificato la sua crisi, la questione sarebbe comunque semplicemente rimandata. Perché tornerebbe in ballo subito dopo le europee quando, alla luce dei risultati del voto, si dovrà scegliere tra le seguenti cinque opzioni (in ordine crescente di probabilità, a nostro modesto giudizio): far proseguire il governo Conte così com’è; cambiare governo mantenendo la stessa maggioranza; operare nel governo Conte un rimpasto, più o meno profondo; trovare in questo parlamento una maggioranza alternativa all’attuale; andare alle elezioni anticipate. E la scelta ricadrà su una di queste opzioni anche e soprattutto per effetto di ciò che sarà la temperatura politica, interna e in Europa, intorno alle condizioni della nostra economia e delle nostre finanze pubbliche. Chi si vorrà prendere carico della nuova manovra, sapendo che il minimo sarà bruciarsi le mani? Chi si prenderà la responsabilità di aumentare l’Iva (per 52 miliardi tra quest’anno e l’anno prossimo) o in alternativa sarà in grado di trovare quelle stesse risorse da voci già mille volte spremute – almeno in termini di evocazione – come la lotta all’evasione o la riduzione degli sprechi? Sapendo che i mercati terranno i fucili spianati e lo spread sarà lì, ogni giorno, a segnalare il loro grado di (s)fiducia in ciò che il governo farà?

 

L’effetto accumulo dei problemi lasciati irrisolti da anni, e il suo combinato disposto con le crescenti aspettative create nei cittadini per effetto di tutte le balle che sono state raccontate, presenterà un conto davvero micidiale, il cui pagamento la crescita zero (o, peggio, sottozero) s’incaricherà di rendere non rinviabile. Tranne che negli imbecilli – e ce ne sono tanti, ahinoi – la consapevolezza che lo show-down si sta minacciosamente avvicinando, cresce. È da vedere se indurrà all’assunzione di responsabilità o alla fuga.

 

Enrico Cisnetto

Pubblicato in : EditorialeTag: 2011, anni, banche, braccio di ferro, bruxelles, capo dello stato, conti, conti pubblici, crisi, elezioni, europa, finanze, finanziaria, governo, lega, manovra, mercati, parlamento

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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