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La Bce ha seminato inflazione e raccolto deflazione

Incentivare il debito pubblico, tramite il quantitative easing, ha quindi conseguenze deflazioniste, non inflazioniste e i fatti lo provano. Come si fa a non capire che è impossibile creare inflazione da domanda, come vuole Draghi, se i soldi non arrivano nelle tasche dei consumatori?

di Gerardo Coco | 25 Giugno 2018

Nelle due ultime press conference a Francoforte e a Sintra, il presidente della Bce Mario Draghi ha annunciato di ridurre gli acquisti del debito europeo e di non di alzare gli interessi fino alla fine del suo mandato nel gennaio 2019: il tasso di riferimento rimane a 0% e quello sui depositi alla Bce a -40%. Come mai dopo aver proclamato negli ultimi mesi che la ripresa economica è «robusta» non li ha ritoccati? Perché la Bce avendo acquistato più del 40% del debito europeo ai prezzi massimi non può aumentare gli interessi senza mettere in crisi il proprio bilancio. Naturale che Draghi prima di andare in pensione non voglia problemi e sia rassicurante su tutto.

 

In realtà sa molto bene di aver intrappolato la banca centrale che non può più rivendere il debito di cui, pertanto, non resta che aspettare la scadenza. Chi, se non la Bce, può rinnovarlo a quei ridicoli rendimenti? Qualsiasi investitore competente sa che il quantitative easing ha distrutto il mercato obbligazionario europeo (e i fondi pensione): non esistono rendimenti reali, tutto è falsato. Negli ultimi anni i rendimenti dei titoli italiani sono rimasti addirittura più bassi di quelli statunitensi. Al momento quelli a due anni danno lo 0.568%, contro il 2.54 di quelli statunitensi. Il debito Usa, dove la finanza internazionale parcheggia il proprio denaro, sarebbe dunque molto peggiore di quello italiano! Ovvio che ciò si verifica dove non esiste un mercato libero ma un unico acquirente, la Bce che deve mantenere i paesi membri in terapia intensiva. E Draghi ha avuto la faccia di affermare che l’euro è una moneta sana! Allora la domanda è: quando il quantitative easing terminerà, a chi e quali prezzi si venderà il nuovo debito? E’ chiaro che una volta che la Bce interromperà gli acquisti il costo dei finanziamenti dei governi esploderà. La crisi dei debiti sovrani si configura proprio come inesistenza di una domanda di mercato del debito a meno di portarne i rendimenti a livelli stratosferici. Ecco la tempesta che si profila all’orizzonte: crollo del welfare degli stati che dalla periferia europea si estenderebbe fino al centro con tanto di fuga di capitali, crollo delle attività finanziare, stretta creditizia, default…Ricordiamoci che la crisi del 2008 non è mai finita, è in continua evoluzione e non ha ancora raggiunto l’acme. Gli eurofili credono che il quantitative easing sia stata una politica anticiclica efficace e invece va spiegato loro che è stato un totale fallimento.

 

Innanzi tutto il quantitative easing, non è altro che inflazione monetaria sotto un nome più rassicurante e origina da quella stessa mentalità politica convenzionale per la quale, dopo che si è provato di tutto per stimolare l’economia ma senza successo, si finisce, da tempo immemorabile, per fare la stessa cosa: stampare moneta per acquistare debito pubblico (naturalmente, in quel «dopo che si è provato di tutto» non è mai incluso il taglio della spesa pubblica e la conseguente riduzione delle tasse). Ora l’idea che swappando liquidità contro debito acquistato nel mercato secondario si espanda l’economia è ridicola: dal marzo 2015 la Bce ha acquistato 2.500 miliardi di euro (una volta e mezzo il pil italiano) senza neppure riuscire a creare inflazione dei prezzi e il motivo fondamentale che politici, eurofili e sovranisti non hanno ancora capito è questo: è impossibile stimolare l’economia quando il maggior debitore è lo stato in quanto per pagare il servizio di un debito crescente, è inevitabile tassare sempre di più il settore privato fino a sopraffarlo.

 

Incentivare il debito pubblico, tramite il quantitative easing, ha quindi conseguenze deflazioniste, non inflazioniste e i fatti lo provano. Come si fa a non capire che è impossibile creare inflazione da domanda, come vuole Draghi, se i soldi non arrivano nelle tasche dei consumatori? L’inflazione si verifica quando la gente spende e spende se ha fiducia nel futuro e se il reddito disponibile aumenta, non quando gli standard di vita si abbassano perché è tartassata dal fisco. Quantitative easing + tasse sono stati un cocktail deflazionario micidiale. L’inflazione monetaria della Bce ha creato, invece, l’inflazione finanziaria quella che aumenta il divario fra ricchi e poveri. Sono i ricchi a possedere patrimoni finanziari cospicui e il quantitative easing non si è riversato nell’economia reale ma, attraverso il settore bancario, nella finanza rivalutandone tutte le attività.

 

Tale divario è aumentato azzerando i tassi di interesse e introducendo quelli negativi. Draghi pensava che imponendo una tassa dello 0.40 sui depositi delle banche presso la Bce, le costringesse a fare prestiti. Sì i prestiti li hanno fatti ma alla finanza, non a imprese e famiglie e per giunta l’interesse negativo le ha costrette a trasferire i propri fondi nell’area del dollaro che remunera le riserve allo 0.25%. Altro effetto deflazionistico nell’euro dunque. Ma quello peggiore è stato l’aver spazzato via il reddito risparmiatori che per compensare la perdita del’interesse hanno dovuto risparmiare di più e consumare di meno: cosa c’è più deflazionistico di questo? Insomma, la Bce cercando di seminare inflazione non ha raccolto che deflazione.

 

Ora uno dei luoghi comuni caro agli eurofili italiani è che grazie a Draghi abbiamo risparmiato qualche miliardo di spesa per interessi. Ma vedono solo una parte dell’equazione. Quei miliardi risparmiati, grazie a tassi di interesse a zero, sono i miliardi sottratti ai risparmiatori e quindi al capitale del paese, quella ricchezza che serve a creare investimenti e senza la quale non esisterebbero né banche, né stati. Se si è capito questo, si è fatto un grande passo avanti nella comprensione della crisi che viviamo.

 

Il punto è che non dovrebbe essere permesso ai governi di indebitarsi e entrare in concorrenza con il settore privato sottraendogli fondi e costringendolo a pagare interessi elevatissimi ma impedendogli di guadagnarli. Il quantitative easing incentivando debito e spesa pubblica ha impedito, in particolare a quello italiano, serie riforme permettendogli di continuare a succhiare capitale dal settore privato riducendo pertanto quegli investimenti che a differenza di quelli dello stato, creano posti di lavoro che si auto-ripagano e non sono a carico della fiscalità generale.

 

Gerardo Coco

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, banca centrale, banche, bce, capitali, consumatori, crisi, debito pubblico, draghi, euro, fallimento, finanziaria, fisco, francoforte, futuro, lavoro, mario draghi, mercato, mercato obbligazionario, pensione, posti di lavoro, ricchi e poveri, riforme, soldi, spesa pubblica

Info Gerardo Coco

Laureato in economia all’Università Bocconi di Milano ha proseguito gli studi economici e finanziari al Politecnico di Huddersfield (UK). Ha una vasta esperienza in economia internazionale. Ha lavorato per diverse multinazionali in posizioni di responsabilità e ha costituito negli Stati Uniti una fondazione riconosciuta dalle Nazioni Unite per lo sviluppo economico nei paesi emergenti. Ha tenuto conferenze sullo sviluppo alla Columbia University di N.Y. al MIT di Boston e alle Nazioni Unite. E consulente industriale e membro del comitato scientifico dell’università Unimeier di Milano dove insegna di economia e finanza.

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