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la “giusta”ingiustizia

di Il vecchio pazzo | 3 Maggio 2015

La “giusta” ingiustizia invade la vita dei cittadini: dalle gabelle pretese a sanare debiti contratti ad utilità altrui ai licenziamenti e disordini dell’offerta lavoro.

“è giusto!”: una proposizione affermativa ormai epitaffio per la ragionevolezza o, quanto meno, per il buon senso.

Con “è giusto!”, eloquiato o praticato, l’umanità, le società, hanno operato e consolidato ogni sorta di ignominia. Tutti gli spergiuri sulla condizione della libertà hanno trovato appiglio e considerazione, proselitismo.

Forse solo la fase istintuale dell’umanoide ha praticato l’etica suprema e incontaminata della necessità, escludendo la condizione morale dell’ “è giusto!”.

Oltre fraintesi di estetiche sociali e di ideologie di ogni timbro.

La violenza – e con essa la strage dei competitori, anche sessuali, invasori o invasi – era nell’obbligo della sopravvivenza. Nella continuità genetica della stirpe. Nella percepita, non ancora elaborata, proiezione di essa verso l’evoluzione.

Il progressivo stanzialismo – e, prima ancora, la richiesta di sopravvivenza proiettata nell’incomprensibile, nel soprannaturale – e, finanche, il nomadismo hanno obbligato alla previsione progressiva di un sistema scandito da atti e gesti identificativi dell’appartenenza.

Riti, ritualità, ritualismi e, per essi e tramite essi, esclusivismi, estraniazioni: si formavano i popoli, si affermavano le culture, si disperdeva l’umanità.

Delineazioni che oneravano al congetturarne i modi e i mezzi di confine; da qui la morale e l’etica, le leggi e gli ordinamenti, il giusto e la forza delle leggi; sia nell’ambito dei costumi, sia nell’ambito delle religionerie.

“è giusto!” incominciava a risuonare nelle liceità concesse dalla leggi o nell’utile dei costumi o nella pietà della religionerie.

“è giusto!” risuonava nel coltello azteco pronto all’eviscerazione del cuore del sacrificato; “è giusto!” risuonava negli zoccoli dell’ orda d’oro lanciata verso il Volga; “è giusto!” risuonava nell’imposta abiura del Galilei. Ingiustizie, ma “giuste” ingiustizie.

La “giusta” ingiustizia ha richiesto per sé sopportazioni devastanti ed ancor oggi, nella complessità della società globalizzata – laddove il cosmopolitismo e l’internazionalismo dovrebbero necessitare l’affermazione di una ideologia partecipativa, con l’esautorazione di incrostazioni moralisteggianti, retrocedendo alla pre-configurazione delle culture ritualistiche – supporta e fermenta istrionismi e distorsioni informative,   come consentiti dalle tecnologie delle comunicazioni di massa.

Innestandosi, in specie in Italia, ancor più ferocemente nel tessuto sociale vivente e ponendo in essere giustificazioni a soluzioni “politiche”, in contrasto con le esigenze di uguaglianza delle dignità, quali sancite dalla Costituzione.

La “giusta” ingiustizia invade la vita dei cittadini: dalle gabelle pretese a sanare debiti contratti ad utilità altrui (perché “è giusto!” il risanamento del debito pubblico), dalla carenza sanitaria per i meno abbienti (perché “è giusto!” che le più rapide prestazioni siano effettuate a titolo privato); dalla diversificazione dell’interpretazioe dei codici e inefficienze strutturali della giustizia (perché “è giusto!” che i giudici rispondano solo alla legge – ed a se stessi-   pur nell’essere funzionari dello stato, per concorso), ai licenziamenti e disordini dell’offerta lavoro (perché “è giusto!” salvaguardare interessi di riassetto produttivo di più ampio rilievo finanziario e internazionale).

Si frammista alla meritocrazia cartacea, alle indolenze del parassitismo economico, al parolismo intellettualoide, all’ingenuismo furbesco; alla fine, alle pretese di ogni genere di “ismo”: la “giusta” ingiustizia, in ogni ambito.

Vero è che alcuno riflette – al rovescio sospinge – che la “giusta” ingiustizia renda inerme la comunità sociale, subordinando lo Stato Costituzionale ad ogni alito di sopravvenienze terrifiche: di vendita del costume identitario, di evanescenza alla prostituzione ideologica, di asservimento all’ignoto.

Pubblicato in : Editoriale

Info Il vecchio pazzo

Poeta, drammaturgo e pittore, presente già all’età di 28 anni in circa 30 strutture museografiche internazionali -dal Tel Aviv Museum al Miami Museum (così che, in una corrispondenza, I. Antonova, Direttore del Puschin Museum di Mosca, ebbe a scrivergli: “Maestro credo che le sue opere allarghino la nostra conoscenza dell’arte italiana moderna” e Paolo Ricci “…pittore colto che ha il pregio di non mostrare la sua cultura” ) -presentò la sua prima produzione ad olio (che seguiva quella del “segno” grafico) presso la Galleria “la barcaccia” di Napoli nel 1970. Dedicatosi ad una intensa attività politico-sociale ed alla ricerca di una espressione estetica adeguata a consolidare e rappresentare la personale condizione esistenziale, produce “a vomito”, e per periodi, sino al 2006, isolandosi dal mercato per non esserne contaminato.
Proteso alla costituzione di una fondazione, in funzione di questa si costituisce il “Comitato Fondazione Franchini” –cui aderisce, tra gli altri, Francesco De Martino (tra i maggiori storici contemporanei del diritto romano, già vice-Presidente del Consiglio e Segretario del PSI)-.
Teorico del movimento socialista, franchini ha fondato, tra gli altri, il circolo “il ‘99”, il “premio giornalistico Buccico”, il “centro studi di politica mediterranea”, e, attento osservatore dei problemi dell’immigrazione, sin dal 1981, la “FILI ’99” –primo tentativo di sindacato europeo della immigrazione legale. Ha firmato, tra l’altro, l’inno “I socialisti”, con la musica del M° Enzo Amato.

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