La “giusta” ingiustizia invade la vita dei cittadini: dalle gabelle pretese a sanare debiti contratti ad utilità altrui ai licenziamenti e disordini dell’offerta lavoro.
“è giusto!”: una proposizione affermativa ormai epitaffio per la ragionevolezza o, quanto meno, per il buon senso.
Con “è giusto!”, eloquiato o praticato, l’umanità, le società, hanno operato e consolidato ogni sorta di ignominia. Tutti gli spergiuri sulla condizione della libertà hanno trovato appiglio e considerazione, proselitismo.
Forse solo la fase istintuale dell’umanoide ha praticato l’etica suprema e incontaminata della necessità, escludendo la condizione morale dell’ “è giusto!”.
Oltre fraintesi di estetiche sociali e di ideologie di ogni timbro.
La violenza – e con essa la strage dei competitori, anche sessuali, invasori o invasi – era nell’obbligo della sopravvivenza. Nella continuità genetica della stirpe. Nella percepita, non ancora elaborata, proiezione di essa verso l’evoluzione.
Il progressivo stanzialismo – e, prima ancora, la richiesta di sopravvivenza proiettata nell’incomprensibile, nel soprannaturale – e, finanche, il nomadismo hanno obbligato alla previsione progressiva di un sistema scandito da atti e gesti identificativi dell’appartenenza.
Riti, ritualità, ritualismi e, per essi e tramite essi, esclusivismi, estraniazioni: si formavano i popoli, si affermavano le culture, si disperdeva l’umanità.
Delineazioni che oneravano al congetturarne i modi e i mezzi di confine; da qui la morale e l’etica, le leggi e gli ordinamenti, il giusto e la forza delle leggi; sia nell’ambito dei costumi, sia nell’ambito delle religionerie.
“è giusto!” incominciava a risuonare nelle liceità concesse dalla leggi o nell’utile dei costumi o nella pietà della religionerie.
“è giusto!” risuonava nel coltello azteco pronto all’eviscerazione del cuore del sacrificato; “è giusto!” risuonava negli zoccoli dell’ orda d’oro lanciata verso il Volga; “è giusto!” risuonava nell’imposta abiura del Galilei. Ingiustizie, ma “giuste” ingiustizie.
La “giusta” ingiustizia ha richiesto per sé sopportazioni devastanti ed ancor oggi, nella complessità della società globalizzata – laddove il cosmopolitismo e l’internazionalismo dovrebbero necessitare l’affermazione di una ideologia partecipativa, con l’esautorazione di incrostazioni moralisteggianti, retrocedendo alla pre-configurazione delle culture ritualistiche – supporta e fermenta istrionismi e distorsioni informative, come consentiti dalle tecnologie delle comunicazioni di massa.
Innestandosi, in specie in Italia, ancor più ferocemente nel tessuto sociale vivente e ponendo in essere giustificazioni a soluzioni “politiche”, in contrasto con le esigenze di uguaglianza delle dignità, quali sancite dalla Costituzione.
La “giusta” ingiustizia invade la vita dei cittadini: dalle gabelle pretese a sanare debiti contratti ad utilità altrui (perché “è giusto!” il risanamento del debito pubblico), dalla carenza sanitaria per i meno abbienti (perché “è giusto!” che le più rapide prestazioni siano effettuate a titolo privato); dalla diversificazione dell’interpretazioe dei codici e inefficienze strutturali della giustizia (perché “è giusto!” che i giudici rispondano solo alla legge – ed a se stessi- pur nell’essere funzionari dello stato, per concorso), ai licenziamenti e disordini dell’offerta lavoro (perché “è giusto!” salvaguardare interessi di riassetto produttivo di più ampio rilievo finanziario e internazionale).
Si frammista alla meritocrazia cartacea, alle indolenze del parassitismo economico, al parolismo intellettualoide, all’ingenuismo furbesco; alla fine, alle pretese di ogni genere di “ismo”: la “giusta” ingiustizia, in ogni ambito.
Vero è che alcuno riflette – al rovescio sospinge – che la “giusta” ingiustizia renda inerme la comunità sociale, subordinando lo Stato Costituzionale ad ogni alito di sopravvenienze terrifiche: di vendita del costume identitario, di evanescenza alla prostituzione ideologica, di asservimento all’ignoto.

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