
La storia di Garlasco continua a trascinarsi da anni come una nebbia pesante che non riesce mai a dissolversi davvero. Sentenze ribaltate, ricostruzioni contrastanti, perizie contestate, ipotesi che cambiano nel tempo e un’opinione pubblica ormai incapace di capire dove finisca la verità e dove inizi il caos giudiziario.
Ma forse il problema più grave non è nemmeno il delitto in sé. È ciò che questa vicenda racconta dello stato della giustizia italiana. Perché quando un processo dura quasi una vita, cambia direzione più volte e lascia dietro di sé dubbi permanenti, il sospetto inevitabile è che il sistema abbia smesso da tempo di garantire quella certezza del diritto che dovrebbe essere il fondamento di uno Stato serio.
In Italia troppo spesso i processi diventano spettacolo. La presunzione d’innocenza evapora nel giro di poche ore, sostituita da talk show, fughe di notizie, interpretazioni, intercettazioni fatte filtrare e sentenze mediatiche emesse ben prima di quelle reali. Nel frattempo la vita delle persone viene triturata senza pietà.
E quando dopo anni emergono falle investigative, errori macroscopici o clamorose incongruenze, arriva la solita formula burocratica: “ci siamo sbagliati”. Una frase pronunciata sempre sulla pelle degli altri. Perché chi paga davvero è quasi sempre il cittadino coinvolto, non chi ha costruito accuse fragili, interpretazioni discutibili o teoremi poi crollati col tempo.
Non riguarda soltanto la cronaca nera. Negli ultimi decenni anche molti personaggi politici, imprenditori e figure pubbliche sono stati demoliti da inchieste finite nel nulla dopo anni di gogna mediatica. Assoluzioni arrivate troppo tardi, quando reputazione, lavoro, salute e vita privata erano già stati distrutti. E quasi mai qualcuno risponde davvero degli errori commessi.
Una magistratura moderna dovrebbe essere sinonimo di equilibrio, prudenza, terzietà e rigore assoluto. Non dovrebbe mai dare l’impressione di muoversi tra pressioni mediatiche, protagonismi o verità mutevoli. Perché nel momento in cui i cittadini iniziano a percepire la giustizia come incerta, politicizzata o imprevedibile, si incrina uno dei pilastri più delicati dello Stato.
Ed è forse questo il vero lascito del caso Garlasco. Non solo i dubbi su un delitto terribile, ma la crescente sensazione che in Italia la giustizia possa trasformarsi troppo facilmente in un percorso opaco dove nessuno paga davvero per gli errori commessi.
Eppure noi italiani continuiamo ad accettarlo. Ci appassioniamo ai drammi altrui, consumiamo cronaca nera come fosse intrattenimento serale e trasformiamo ogni processo in una tifoseria permanente. Poi, quando anni dopo emergono errori clamorosi, indignazione e rabbia durano il tempo di un titolo di giornale.
Persino davanti alla possibilità di mettere mano a un sistema giudiziario che mostra crepe evidenti da decenni, molti hanno preferito votare no ai referendum pur di non sfiorare una magistratura che, ormai, agli occhi di una parte crescente del Paese, sembra fare acqua da tutte le parti.
Piero Terracina

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