
Il mio rapporto con gli Stati Uniti parte da un debito storico che non rinnego. Sono ebreo e so perfettamente cosa ha significato il nazifascismo per il mio popolo. Se l’America e gli Alleati non avessero liberato l’Europa, probabilmente io stesso non sarei mai nato. È quindi un riconoscimento personale, prima ancora che politico. Ma la riconoscenza non può diventare un’assoluzione permanente. Già alla fine della Seconda guerra mondiale emerse una contraddizione profonda: gli Stati Uniti che avevano contribuito a liberare l’Europa furono gli stessi che decisero di usare l’arma atomica su Hiroshima e Nagasaki, distruggendo due città e provocando una quantità enorme di vittime civili. Le ragioni militari sono state discusse per ottant’anni, ma il fatto rimane: una democrazia utilizzò per la prima volta nella storia un’arma capace di annientare in pochi istanti intere aree urbane.
Da allora l’America ha progressivamente trasformato la propria superiorità economica, militare e tecnologica nella convinzione di possedere quasi un diritto naturale alla centralità mondiale. Washington ha troppo spesso identificato il proprio interesse nazionale con quello dell’intero Occidente, considerando regole e istituzioni internazionali fondamentali quando coincidevano con i propri obiettivi e molto meno quando li ostacolavano. Eppure proprio sul piano militare il bilancio del dopoguerra è assai meno brillante della leggenda: Corea senza una vera vittoria, Vietnam disastroso, Somalia e Libano segnati da ritirate e insuccessi, Iraq conquistato rapidamente ma destabilizzato per anni, Afghanistan abbandonato dopo vent’anni con il ritorno dei talebani. Gli Stati Uniti hanno dimostrato più volte di saper distruggere un esercito molto meglio di quanto sappiano costruire un equilibrio politico stabile dopo averlo fatto.
Trump non ha inventato questa forma di eccezionalismo americano, l’ha semplicemente resa più esplicita e più brutale. Ha sostituito sempre più spesso la diplomazia con la minaccia, la leadership con il rapporto di forza e l’alleanza con la subordinazione. A questo si aggiunge un elemento ancora più inquietante: la sua ammirazione, neppure troppo nascosta, per uomini forti e despoti come Putin e Kim Jong Un. È una contraddizione evidente. Trump tratta spesso gli alleati democratici come soggetti da mettere sotto pressione, mentre nei confronti di leader autoritari mostra una deferenza e una considerazione personale che raramente concede alle democrazie occidentali. È difficile non vedere dietro questo atteggiamento una precisa idea del potere: più rispetto per chi governa senza contrappesi che per sistemi fondati su parlamenti, opposizioni, magistrature e limiti istituzionali.
Anche il confronto con l’Iran sta mostrando i limiti di questa impostazione. Trump ha puntato sulla convinzione che superiorità militare, sanzioni e pressione economica potessero costringere rapidamente Teheran a piegarsi. Il risultato è invece un conflitto che continua a produrre instabilità regionale, tensioni sullo Stretto di Hormuz e conseguenze economiche ben oltre il Medio Oriente. Gli Stati Uniti possono certamente colpire l’Iran, ma il problema non è mai stato la capacità di bombardare. Il problema è trasformare la forza in un risultato politico stabile. È la stessa lezione che Washington avrebbe dovuto imparare in Vietnam, Iraq e Afghanistan e che continua evidentemente a non assimilare.
A tutto questo si aggiunge oggi un problema economico enorme. Gli Stati Uniti hanno ormai superato i 40.000 miliardi di dollari di debito pubblico lordo. Il dollaro rimane la principale moneta globale e questo concede a Washington un privilegio straordinario, perché può finanziarsi nella propria valuta e beneficiare di una domanda mondiale che nessun altro Paese possiede nelle stesse dimensioni. Ma avere la prima moneta globale non significa poter spendere indefinitamente ciò che non ci si può più permettere. Il dollaro non cancella la matematica. Se uno Stato accumula debito più rapidamente della propria capacità di sostenerlo, finanzia deficit enormi e pretende contemporaneamente di mantenere una presenza militare globale, prima o poi il problema smette di essere soltanto americano e diventa mondiale. Quando il Paese che emette la moneta centrale del sistema finanziario internazionale genera instabilità fiscale, commerciale e geopolitica, quell’instabilità viene inevitabilmente esportata attraverso tassi, mercati, valute, materie prime e flussi di capitale.
Ed è proprio qui che l’euro ha complicato non poco i piani egemonici americani. Per la prima volta nel dopoguerra è comparsa una moneta capace di aggregare una parte enorme dell’economia europea in un’unica area valutaria e di ridurre, almeno in parte, la dipendenza assoluta dal dollaro. L’euro non ha sostituito la moneta americana, ma ha reso l’Europa economicamente e negozialmente molto meno fragile rispetto a quando Washington poteva trattare con singoli Stati europei isolati. Nessuno riesce quindi a togliermi dalla testa il sospetto che uno degli obiettivi reali di Trump sia proprio indebolire la coesione europea. Non posso presentarlo come un fatto dimostrato, ma la logica è evidente: un’Europa frammentata, con Stati costretti a negoziare separatamente, sarebbe molto più facile da trattare per gli Stati Uniti rispetto a un blocco economico dotato di una propria moneta, di un enorme mercato interno e di un peso commerciale comparabile a quello americano. Spacchettare l’Europa significherebbe indebolire anche l’euro e riportare i rapporti transatlantici verso il vecchio schema, con Washington in posizione di netta preminenza e i singoli Paesi europei costretti a trattare da una posizione di maggiore dipendenza.
È per questo che considero pericolosa la retorica trumpiana contro l’Unione Europea. L’Europa ha mille difetti, è lenta, burocratica e politicamente incompleta, ma sul piano economico e monetario rappresenta uno dei pochi strumenti che consentono ai Paesi europei di non presentarsi da soli davanti a Stati Uniti e Cina. Indebolirla significherebbe riconsegnare ogni singolo Stato a rapporti di forza inevitabilmente squilibrati. Gli Stati Uniti rimangono una potenza enorme, con tecnologia, finanza, industria, capacità militare e una moneta ancora centrale nel sistema mondiale, ma potenza e onnipotenza sono due cose diverse. La forza militare non sostituisce la strategia, il dollaro non cancella il debito, l’euro ha reso l’Europa meno dipendente e l’ammirazione per i despoti non diventa realismo politico solo perché viene praticata dal presidente degli Stati Uniti. Posso quindi continuare a ringraziare l’America che contribuì a liberare l’Europa dal nazifascismo e, nello stesso tempo, giudicare severamente quella che è diventata. Non è una contraddizione mia. È la contraddizione americana, e Trump oggi ne rappresenta la sintesi più evidente.
Pensateci.
Piero Terracina

l’Europa in realtà fu liberata dall’URSS e anche al prezzo di moltissime più vite rispetto agli USA.
Per il resto gli USA ci resero una colonia.
Lo ricordò Mario Bergamo, lo ricordavano i socialisti mazziniani, i socialisti nenniani e anche la sinistra del PSLI di Zagari e quelli della FGSI che, nel 1948, lasciarono in partito di Saragat.
oggi paghiamo le conseguenze di tutto ciò. in realtà non solo oggi, ma dal 1946 ad oggi.
la Storia andrebbe studiata e analizzata per intero. senza opposte tifoserie.
personalmente ad ogni modo ho anch’io il mio tifo.
quello per Mazzini, Garibaldi, D’Annunzio, de Ambris, Mario Bergamo e i loro seguaci.
ovvero dalla parte della giustizia sociale, della sovranità nazionale e dell’indipendenza economica.
senza ipocrisia e senza estremismi di destra della peggiore specie.
Non sono assolutamente d’ accordo con la sua analisi, la storia andrebbe studiata davvero per intero, non usata come clava ideologica.
L’URSS sostenne il peso umano più enorme della guerra contro la Germania nazista e il fronte orientale fu decisivo, questo è incontestabile. Ma dire che “l’Europa fu liberata dall’URSS” è semplicemente falso. L’Europa occidentale fu liberata dagli Alleati occidentali, Italia compresa, mentre l’Armata Rossa liberò l’Europa orientale dal nazismo per poi consegnare buona parte di quei Paesi a regimi satelliti dipendenti da Mosca.
E già che vogliamo raccontarla tutta, ricordiamo anche un particolare che spesso sparisce: l’Armata Rossa combatté grazie anche a un gigantesco sostegno materiale americano attraverso il Lend-Lease. Gli Stati Uniti fornirono all’URSS migliaia di carri armati e aerei, decine di migliaia di automezzi già nei primi anni di guerra e, successivamente, quantità enormi di camion, locomotive, rotaie, carburanti, materie prime, macchinari e viveri. Nel solo gennaio 1943 Washington aveva già consegnato oltre 3.200 carri armati, 2.600 aerei e 81.000 camion e veicoli militari. ([Storia del Dipartimento di Stato][1]) Senza quella colossale capacità logistica americana l’URSS avrebbe combattuto una guerra enormemente più difficile, lunga e sanguinosa.
La precisazione storica importante è questa: non si può dire seriamente che furono gli americani a “salvare Mosca” nel dicembre 1941, perché il grosso del Lend-Lease arrivò successivamente. Ma l’Operazione Barbarossa aveva portato la Wehrmacht fino alle porte della capitale sovietica e l’URSS rischiò concretamente il collasso. Gli aiuti occidentali furono poi determinanti nel trasformare l’enorme potenziale umano e industriale sovietico in quella capacità di movimento, rifornimento e offensiva che portò l’Armata Rossa fino a Berlino. Gli stessi documenti americani dell’epoca descrivono l’assistenza come parte essenziale dello sforzo comune contro la Germania. ([Storia del Dipartimento di Stato][2])
Quanto all’Italia “colonia americana”, anche qui siamo alla semplificazione ideologica. L’Italia uscì sconfitta dalla guerra, con una sovranità inevitabilmente condizionata, entrò nel blocco occidentale, ricevette il Piano Marshall e aderì alla NATO. Ma una colonia è un’altra cosa: non elegge liberamente i propri governi, non ha un Parlamento sovrano, non costruisce una delle maggiori economie industriali del mondo e non sviluppa una propria politica interna ed economica.
Si possono citare Mazzini, Garibaldi, Nenni, Saragat o Mario Bergamo quanto si vuole, ma i nomi illustri non trasformano un’interpretazione politica in un fatto storico. E se vogliamo parlare di sovranità nazionale e indipendenza, allora ricordiamo anche che dall’altra parte della Cortina di ferro l’indipendenza nazionale era spesso poco più di una barzelletta.
La storia va studiata tutta, appunto. Anche nelle parti che disturbano il proprio tifo.
Buonagiornata
Grazie Piero per l’ineccepibile, incontrovertibile risposta. Analisi lucidissima, assolutamente condivisibile.
La Francia di De Gaulle non divenne una colonia.
I personaggi storici che ho citato, in particolare quelli della corrente bergamina; i socialisti mazziniani del PRI; quelli di Zagari o, meglio, quelli della FGSI poi fuoriusciti (Maitan in testa) non volevano certo l’alleanza con l’URSS, ma l’equidistanza dai due blocchi.
Esattamente come fece De Gaulle.
Ovvero una UNIONE EUROPEA SOVRANA E FEDERALISTA. Come negli ideali di Spinelli, Colorni, Rossi.
Guardi, io non sono anti-americano per partito preso (sono, fra le altre cose, un estimatore della Rivoluzione Americana e della Guerra Civile Americana, così come di molte altre vicende storiche di tutto il mondo), ma, per ragioni politiche precise e documentate, sono contrario alla gran parte delle politiche portate avanti dai Presidenti USA nella Storia.
Personalmente ho stima solamente di George Washington, che fu peraltro un grande esponente della Massoneria e di pochissimi altri.
E le mie motivazioni sono esattamente le stesse di Mark Twain e Hunther S. Thompson, per citare solo un paio di personalità che ad essi si contrapposero. Alle quali potrei aggiungere anche l’ottimo Ron Paul.