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L’ITALIA CHE HA PERSO LA TESTA

Difronte a un guasto istituzionale, sistemico, profondo non possiamo stare a guardare di Davide Giacalone

di Davide Giacalone | 22 Febbraio 2010

Dalla Calabria alla Val di Susa va in scena l’Italia che ha perso la testa. Non si tratta di episodi isolati, di sintomi passeggeri, ma di segnali ripetuti che muovono nella stessa direzione, segnalando il disfacimento dell’operatività statale. E’ miope credere che si tratti di una frana o di un binario, perché il rumore di fondo è quello di istituzioni che smottano e restano bloccate, e quel che serve non è un’ordinanza d’emergenza, ma una profonda riforma istituzionale.

Non ho idea di dove porteranno le inchieste fiorentine, e neanche escludo che non vadano proprio da nessuna parte. Staremo a vedere. Ma il diluvio d’intercettazioni snuda un mondo fatto di furbizie e amicizie, di colleganze e cointeressenze, nel quale, alla fine, si mescolano e confondono tutti, quelli che approfittano e quelli che si fanno in quattro per non rassegnarsi ad essere inutili, oltre che di passaggio. Non fare è l’unico modo per non rischiare, ma per fare si deve necessariamente ricorrere a strumenti che negano la trasparenza. Riflettete su questi due numeri: fra il maggio del 2006 e il maggio del 2008, il governo Prodi ha firmato 147 ordinanze di protezione civile; fra il maggio 2008 e il febbraio 2010 il governo Berlusconi ne ha firmate 169. Fra le prime si trova la dichiarazione di “grande evento” per il Congresso Eucaristico e il pellegrinaggio di non so quali giovani a Loreto, che ci vuol fede, ma tanta, per considerali interessi nazionali.

Fra le seconde i pericoli derivati dal dissesto dell’area archeologica di Pomepi, che è cadente e abbandonata all’incuria da decenni, e i 150 anni dall’Unità d’Italia, che non erano prevedibili solo a patto di non aver frequentato manco la terza elementare. Sono solo esempi, a leggere l’elenco completo gira la testa. Queste cifre raccontano una realtà: l’unico modo per fare consiste nell’aggirare le leggi che regolano i lavori e gli interventi pubblici.

L’abuso di questi strumenti, però, finisce con il consumarne la lama, oltre che a prestare il fianco alle inchieste penali. Guido Bertolaso, giunto in Calabria per l’ennesima emergenza, ha preso due formali impegni: a. il pagamento immediato delle somme, dovute ai comuni, per le frane del gennaio 2009; b. un giro di quarantotto ore, per accertare la realtà dei danni. Sono rimasto con la bocca aperta, perché i soldi sono in ritardo di un anno, per “ragioni burocratiche”, è stato spiegato, che è come dire che non funziona neanche l’emergenza, o che l’emergenza non è realmente tale e che, comunque, i soldi dell’anno scorso diventano urgenti ora, dato che il terreno continua a smottare.

E se viene giù fregandosene della distinzione fra comuni, province, regioni e Stato, non sarebbe il caso di dare interventi, anziché soldi? E se si deve andare personalmente a vedere quel che succede, non è la dimostrazione che gli enti territoriali non sono neanche in grado di dare un quadro credibile e affidabile della situazione? Già immagino il corteo d’autorità, con gli amministratori locali che sgomitano per esserci e farsi riprendere, incedente fra le rovine e diretto verso la speranza che smetta di piovere.

In Val di Susa, intanto, volano le mazzate perché l’alta velocità s’ha da fare, è un impegno internazionale e un interesse nazionale. Così vuole il governo, di centro destra, e così vogliono dei buoni amministratori locali, di centro sinistra. Ma ogni volta che un cantiere apre, qualche centinaio di persone, appositamente mobilitate, impediscono che si vada avanti. E andrà a finire che anziché denunciare quanti illegittimamente bloccano lavori d’interesse pubblico si denunceranno i poliziotti che legittimamente cercano di far rispettare l’ordine pubblico. Intanto, i binari sono fermi.

Un Paese in cui l’autorità non conta, non incute timore, non riesce a far valere le decisioni prese, cerca di ovviare aggirando le regole, così perdendo anche l’autorevolezza e mostrandosi decisionista su pellegrinaggi e celebrazioni. Tutto questo mentre politica e pubblicistica s’armano per dimostrare che inciucismo familistico e cogestione dell’impotenza non sono la prerogativa di questo e di quello, magari indagato, ma anche di quell’altro, che non indagano mai. Così ottenendo il solo risultato di confermare al volgo che il più pulito ha la rogna e la giustizia fa pena. Un capolavoro.

A questi mali non si pone rimedio con qualche bottarella a destra e a manca, né cambiando un amministratore, il guasto è istituzionale, sistemico, profondo. O lo si affronta come tale, o si continua a galleggiare in questo mare, coltivando l’antica arte d’arrangiarsi e svicolare, rinunciando così a rimediare ed eccellere.

Davide Giacalone – Pubblicato da Libero

Pubblicato in : Primo piano

Info Davide Giacalone

Dal 1980 al 1986 è stato segretario nazionale della Federazione Giovanile Repubblicana e dirigente del PRI. Dal 1981 al 1982 è stato Capo della Segreteria del Presidente del Consiglio dei ministri, Giovanni Spadolini. Dal 1987 al 1991 è stato consigliere del Ministro delle poste e delle telecomunicazioni Oscar Mammì. È stato consigliere d’amministrazione e membro del comitato esecutivo delle società SIP, Italcable e Telespazio. Pubblicista dal 1985, lasciata la politica, è direttore de La Ragione e di Smoking, ed editorialista de L’Opinione. È stato anche consulente della Fininvest. Attualmente è una delle firme di Libero e collabora con l’emittente radiofonica nazionale RTL 102.5 dove ogni mattina, da lunedì a sabato, alle 7:10 circa durante la rassegna stampa contenuta nel programma Non stop news, commenta una notizia apparsa sulle prime pagine dei quotidiani nazionali. Da questa esperienza è nato il libro Diario Civile, edito nel 2005. Scrive inoltre articoli pubblicati sul suo sito www.davidegiacalone.it.

Nel gennaio 2010 il consiglio dei ministri (Governo Berlusconi IV) lo nomina presidente di DigitPA, nuova denominazione del “Centro nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione” [5]. Nel 2011 è nominato Presidente dell’Agenzia Nazionale per la Diffusione delle Tecnologie dell’Innovazione, creata da Renato Brunetta, allora Ministro della Funzione Pubblica e l’Innovazione.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. puccio cartoni

    24 Febbraio 2010 alle 22:17

    Che ci sia un grosso ,grossissimo problema istituzionale è vero ; ma mi sembra che far di tutta l’erba un fascio dia poco spunto a rimedi incisivi . Le lungaggini burocratiche non sono certo un’ invenzione , e che ci sia poca differenziazione tra controlli necessari e tempo perso inutilmente (nelle procedure ,e compreso quello dei funzionari ) non mi pare ricusabile.
    Piuttosto , l’abitudine a considerare la cosa pubblica un interesse personale anzichè di tutti è un male da affrontare a viso aperto ,non sciamando dietro a vessilli o gagliardetti di destra o di sinistra. E vietando alla Magistratura di partecipare a simili cortei. Se qualcuno riesce ad ottener risultati per il bene generale ,senza vantaggi evidentemente troppo personali , il reclamare “rispetto delle procedure” mi sembra una bella dimostrazione di incapacità,ferma restando l’esigenza di condanna non “burocratica” ma per la sostanza . Anche le storie circa la TAV ,per esempio ,sono state create spesso per difetti ed incapacità progettuali ( ma con grande attenzione per l’entità dell’appalto ), dietro la spinta di interessi economici particolari; pretenderne l’esecuzione solo perchè opere necessarie mi sembra davvero un ciurlare nel manico .
    Lasciando perdere giustamente pellegrinaggi e celebrazioni ,in periodi di difficoltà bisogna saper andare al sodo (dell’ interesse generale ), ed affrettarsi a cambiare le regole che non servono a controllare ,ma a distorcere .Solo che il compito è immane….

    Rispondi

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