Era un lumbard, Alessandro Manzoni, a sognare che “una gente risorta””una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor” non fosse scissa in “volghi spregiati”; e sempre lombardi furono nel marzo 1842 i primi applausi al “Va pensiero”, metaforicamente rivolti al sogno unitario delle elites romantiche che, ricollegandosi idealmente ai fogli azzurri del periodico milanese “Il Conciliatore”, si espresse sei anni dopo nelle mitiche cinque giornate irraggiandosi nell’intera penisola.
Quel sogno d’indipendenza e di libertà, che sembrò del tutto soffocato nel 1849 nella brumal Novara, potè poi attuarsi per il verificarsi di una serie di fortunate circostanze, in parte fortuite, propiziate sicuramente dal genio politico-diplomatico del Cavour; ma, nel revival delle memorie, è doveroso non trascurare l’importanza che ebbero per la sua sopravvivenza il Parlamento subalpino e, successivamente, per la sua tenuta nei difficili anni della reductio ad unum delle difformi legislazioni degli stati preunitari, il Parlamento nazionale.
Quell’istituzione, fratta anch’essa in Camera su base censitaria e Senato di nomina regia, secondo lo statuto albertino octroyée condivideva con il re il potere legislativo laddove quello esecutivo era riservato a quest’ultimo; ma in realtà, affermatasi nella prassi la flessibilità costituzionale e con essa la centralità politica del sistema bicamerale, proprio la presenza del ramo rappresentativo consentì di guardare al Piemonte come allo stato preunitario che, pur nella delusione dell’ora, quanto meno per aver salvaguardato la partecipazione politica alla società civile, poteva essere un faro per il sopito ma non domo sentimento unitario e liberale delle elites. Peraltro le dissimili modalità di costituzione dei due organi, anche nelle situazioni più calde, non rappresentavano un ostacolo alla normale produzione legislativa quanto un’occasione di riflessione e di sintesi tra corpi riconducibili ad una diversa matrice culturale; in buona sostanza, l’attività politica si esprimeva attraverso un sano consociativismo, testimoniato non poche volte dall’unanimità dei deliberati assunti nelle singole assemblee.
La tradizione subalpina ha una continuità istituzionale nel parlamento post unitario, ma con la diversa impellente e più prosaica problematica costituita dalla necessità di procedere ad un’amalgama normativa tra gli stati preunitari; e la volontà parlamentare, manifestatasi anche con l’espressione di voto dei deputati provenienti da tutto il regno, rifugge da ogni suggestione localistica con il sostanziale estendere alle popolazioni annesse la legislazione piemontese nella prospettiva di correggere nel tempo le anomalie che si sarebbero potute riscontrare in sede applicativa.
E’ con un Parlamento composto di uomini capaci di superare steccati personali e partitici e di accantonare il particolare allorquando fossero in gioco i grandi ideali che si è fatta l’Italia; uomini in massima parte, di destra o di sinistra che fossero, con il senso della dignità e dell’onore, se non altro perché ostracizzati ove nel sociale si fosse insinuato il solo dubbio che non ne fossero stati portatori. Onorevoli davvero onorevoli, che non si sarebbero mai e per nessuna ragione esposti al ridicolo per ipocrite e strumentali affermazioni corali che hanno del comico; deputati che traevano la loro autorevolezza dallo svolgere la funzione con spirito di servizio, paghi di esso e senz’altro compenso che la medaglietta parlamentare, cui erano annessi quali soli privilegi la franchigia postale ed i viaggi gratuiti in prima classe in ferrovia e sulle linee marittime.
Di essi, nei primi anni del regno d’Italia, fruirono abbondantemente in particolare due deputati, Salvatore Morelli e Giuseppe Fanelli, entrambi morti poveri. Il primo, eletto nel Collegio di Sessa Aurunca per quattro legislature dal 1967 al 1880, non avendo di che pagarsi l’albergo per soggiornare a Roma, era d’uso passare la notte in treno facendo il viaggio Roma – Napoli e ritorno; il secondo, non sempre aveva la possibilità di cibarsi e perciò, quando non ne poteva più e voleva rifarsi un poco, prendeva il battello e viaggiava da Genova a Napoli e Palermo e viceversa, perché come deputato aveva diritto al viaggio in prima classe, vitto compreso.
Facile è esclamare: O tempora, o mores! Più difficile, se non impossibile, è richiedere di abbracciare il francescanesimo a chi considera l’attività politica in funzione di prebende e privilegi da conseguire. Ma non impossibile è chiamare il Paese frustrato e sfiduciato, nel segno dell’Unità e dell’orgoglio del proprio passato, a ritrovarsi autorevolmente nel Parlamento, come classe non classe di crociana memoria, con spirito di concordia e solidarietà sociale per essere volano non di prebende e privilegi ma di utilità da produrre e redistribuire equamente ed eticamente nel più generale interesse. Vogliamo provarci?
Giovanni Fiorentino – Napoli

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