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L’iniquità ontologica dei sussidi alle agenzie stampa

di Giacomo Lev Mannheimer | 5 Aprile 2015

Se la volontà del governo è quella di rendere realmente plurale il settore delle agenzie stampa, c’è solo una misura da intraprendere: interrompere la pratica dei sussidi e lasciare che siano i fruitori dei loro servizi a stabilire il valore dei diversi operatori.

giornalistiNegli ultimi giorni a palazzo Chigi si è tornati a parlare di spending review, e c’è un capitolo che, a quanto pare, dovrebbe essere affrontato quanto prima dall’esecutivo: già nelle prossime settimane, infatti, il governo dovrebbe presentare le linee-guida per riorganizzare il settore delle agenzie stampa. Gli obiettivi sono gli stessi da anni: razionalizzare i costi e ridefinire i criteri di accesso ai finanziamenti. In nome della pluralità dell’informazione, infatti, il governo sussidia da anni non solo i giornali, ma anche alcune agenzie stampa (11, ad oggi), per un valore intorno ai 50 milioni di Euro all’anno. Tuttavia, come accade spesso quanto si tenta di regolare (se non addirittura “tutelare” o “promuovere”) settori produttivi tramite l’intervento pubblico, si finisce per incorrere nella difficoltà di individuare regole che possano risultare “giuste” per tutti.

Per scegliere con quali agenzie stipulare le convenzioni, ad esempio, il Governo predispone periodicamente alcuni criteri di accesso. Fino al 2014, uno dei criteri alla base della scelta era quello di essere agenzie “a diffusione nazionale”. Risultato: le convenzioni vengono stipulate da anni sempre con le stesse agenzie, che tendenzialmente sono le più grandi tra quelle generaliste, offrono servizi pressoché identici fra di loro e, spesso, sopravvivono esclusivamente grazie a dette convenzioni, che coprono fino al 60% del loro bilancio. Di fatto, senza le convenzioni col governo, tali agenzie scomparirebbero. Nonostante le buone intenzioni, dunque, i sussidi erogati dal governo, lungi dal “tutelare” il settore, ne ingessano le potenzialità, riducendo i privilegi dell’intervento pubblico a pochi beneficiari in nome di una discrezionalità che, all’atto pratico, finisce immancabilmente per risultare iniqua.

Tale situazione è, evidentemente, insostenibile. Trattasi di una palese rendita a favore di una decina di aziende private a carico dello Stato, che all’esborso di soldi pubblici per finanziarle aggiunge un’intollerabile discriminazione verso le agenzie che competono sul mercato, innovando e provando a migliorare i propri servizi, senza ricevere fondi pubblici. E che, queste sì, contribuiscono davvero alla pluralità dell’informazione. Di conseguenza, i governi – da Monti in poi – hanno tentato in più occasioni di riformare il settore, proponendo di ridefinire i criteri di accesso ai finanziamenti per renderli “più equi”, oltre che meno costosi. Il problema, tuttavia, è che nessun criterio sarà mai perfettamente “equo”, in presenza dei sussidi. Ciò che il legislatore non sembra comprendere, cioè, è che proprio l’esistenza stessa dei sussidi rende iniqua la loro distribuzione: non c’è criterio che tenga senza che qualche operatore possa ritenersi legittimato a tirare per la giacchetta il governo di turno per rivendicare criteri “più equi”, e le cui rivendicazioni, a prima vista, non appaiano assolutamente inattaccabili.

Sinora, i tentativi di riforma non hanno avuto successo. Il governo in carica, tuttavia, sembrerebbe intenzionato a riprovarci: l’ipotesi che starebbe mettendo a punto l’esecutivo è quella di rendere più stringenti i criteri di selezione delle agenzie, così da costringere alcune di esse a intraprendere operazioni di fusione e integrazione dei propri servizi. Così facendo, il governo punterebbe a ridurre il numero delle agenzie convenzionate e, possibilmente, il loro costo per lo Stato. Obiettivi sacrosanti, ma che non risolverebbero l’iniquità “ontologica” generata dal meccanismo dei sussidi: basti pensare che, con ogni probabilità, le agenzie “superstiti” diverrebbero ancora più solide e finirebbero per essere completamente al riparo dalla concorrenza, per la quale, al contrario, diventerebbe ancora più difficile entrare a far parte del cerchio magico delle convenzioni governative. Ecco che, di nuovo, i criteri di finanziamento alle agenzie stampa, nonostante le buone intenzioni, finirebbero per risultare irrazionali, discriminatori e contrari a quello stesso presupposto su cui si fondano: la pluralità dell’informazione.

Se la volontà del governo è quella di rendere realmente plurale il settore delle agenzie stampa, c’è solo una misura da intraprendere: interrompere la pratica dei sussidi e lasciare che siano i fruitori dei loro servizi a stabilire il valore dei diversi operatori. Qualunque altra operazione di maquillage sui criteri e sulle modalità di accesso alle convenzioni col governo non farà altro che mantenere il settore delle agenzie stampa costoso per la collettività, poco competitivo e ontologicamente iniquo.

Pubblicato in : Primo piano

Info Giacomo Lev Mannheimer

Giacomo Lev Mannheimer (Milano, 1989) si è laureato in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Milano con una tesi sul Partenariato Pubblico-Privato (PPP). Come praticante avvocato, si occupa prevalentemente di diritto amministrativo, diritto pubblico dell’economia e diritto della concorrenza.
Per l’Istituto Bruno Leoni è autore del Focus “I libri non sono tutti uguali. Il caso dell’IVA sugli e-book” e – con Serena Sileoni – del Focus “Città metropolitane: una nuova tappa di una storia infinita”. Scrive inoltre regolarmente su Leoniblog e collabora con diverse testate online.

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