Le donne trucidate sono epiloghi della carnalità ossessionante. Le membra martoriate sono le illuminazioni contemplative della purificazione. I violentati sono l’impunità adolescenziale dei giochi.
Sono nelle ombre inquisitorie. Sono nel respiro dei ventri squarciati delle madri. Sono nel silenzio agghiacciato dei violentati. Sono nella più profonda lacerazione delle carni martoriate.
Sono nell’inganno dell’eros.
Sono nell’equivoco dell’occidente religioso. Potrei essere altrove. Ma qui è esemplare la confluenza dello spirito della vita nel Cristo narratore. Nel Cristo crocefisso. Redento, così che la resurrezione prossima ne annuncerà la continuità: l’eros come potere di vivificazione dell’eterno.
Nessuna icona totemica o immaginifico deistico o sciamanico ha assimilato e irradiato eros più del Cristo crocefisso. Il dolore, espiante e meritevole, ha composto crogiuoli di beatitudine senza confini tra sensorialità e sensualità, tra desiderando e concupito, tra rivelazione e negazione.
Una sollecitazione che agita un ripiegamento delle consapevolezze, che travolge la carnalità e, travolgendola, la conduce nell’ambizione all’eros.
L’inconscio ne aspira. Come liberazione dalla crocefissione del sé. Senza redenzione e resurrezione la forma dell’amare è la solitudine assoluta. Sottratta alla adorazione per il peccato. Estirpata la negligenza del perdono. Privata di dinieghi la condanna.
Così l’inconscio plasma, modella, a suo beneficio, cristi sulla croce.
Le donne trucidate sono epiloghi della carnalità ossessionante. Le membra martoriate sono le illuminazioni contemplative della purificazione. I violentati sono l’impunità adolescenziale dei giochi.
Le cataste dei morti nelle battaglie, in ogni luogo; le vessazioni delle carceri e dei confessionali; le toghe macchiate di inflessibilità corrosa sono i filari delle ascese all’apocalisse discriminante. È l’istante sublime e catartico dell’adorazione. La vitalità del contiguo tra sensorialità e sensualità.
Si referenzia l‘anomalia della pulsione alla distruzione insinuandola, pezzo dopo pezzo, nella struttura corporea, lignea, del Cristo crocefisso: il capo reclino è la sottomissione alla pulsione, le braccia aperte sono l’ottenimento della pulsione, le cosce leggermente dischiuse sono il segreto da disvelare del mistero della pulsione.
L’Io si autoreferenzia. Esonda. Si espande nel possesso, essendone posseduto, incarnato, del dio morente prostrato, al dovere di resurrezione, dai desideri incompleti e incompiuti. È il dio dell’eros immaginifico che non ha risorse di infinito bensì è, esiste, per condanne di solitudine.
Lui ucciderà, umilierà per eviscerare tra le piaghe delle inflizioni l’amore profano, il ripiego alla inconsapevolezza dell’eros.
Poi ripiegherà la sua violenza nella umiltà di passi cortesi tra giaculatorie, baciamani, comprensioni,
eloqui di giustizia. La pulsione si richiuderà nell’icona del Cristo. E la umanità sarà salva.
Sono note di un giorno di poggia.
Eroi hanno ucciso. Uomini hanno violentato. Giudici si sono corrotti. Molti corpi e molti respiri giacciono tra ricordi fugaci.
Sono note di un giorno di pioggia.
Come il vecchio, che un tempo mi fu amico,: “ potrò scoprire che l’anima umana è più grande di tutte le sue colpe, di tutti i suoi peccati?” (V. Dattilo – monografia su franchini – 1971)

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