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L’impossibilità dell’affermazione del merito in Italia e il bla bla bla della politica

di Vincenzo Caciulli | 19 Maggio 2013

regioni-italia_lente1Se un merito possiamo dare alle proteste degli insegnanti e dei Cobas della scuola nei confronti delle prove INVALSI di verifica dello stato dell’apprendimento in Italia, è quello di aver contribuito a squarciare il velo d’ipocrisia che in Italia avvolge accuratamente il tema della valutazione.  Tra inviti alle famiglie e agli studenti a boicottare i test, critiche feroci al metodo e appelli a diffondere la “cultura dell’autovalutazione”, quello che appare chiaro e che non amiamo che il nostro lavoro possa essere pesato, soggetto a giudizio e magari richiesto di aggiustamenti e diverso approccio.  Nel mondo scolastico la querelle va avanti da qualche tempo.  Nel pianeta Università peggio che andar di notte. Non molto tempo addietro, per ricordare un aspetto indicativo, l’apposita commissione ministeriale licenziò il panel delle riviste e dei periodici che avrebbero certificato la scientificità dei saggi e degli articoli pubblicati dagli aspiranti ricercatori e professori.  Dentro, accanto a testate di assoluto valore, furono immessi bollettini parrocchiali, giornali e testate locali, house organ di associazioni. Non fosse mai che qualcuno potesse essere penalizzato dal non aver avuto accesso ad alcuni circuiti del dibattito accademico e scientifico. Se poi abbiamo voglia di guardare dentro il funzionamento della pubblica amministrazione tutti dubbi si sciolgono in certezze. Il metodo scelto per valorizzare il merito e l’impegno dei singoli è quanto di più barocco e contorto si potesse pensare. Si comincia (quando si fa) con la definizione degli obiettivi ai quali non manca mai un tasso altissimo di genericità. Si prosegue con le valutazioni finali redatte dai dirigenti (altrettanto generiche, prive d’indicatori oggettivi e di riscontri) e si chiude in bellezza premiando in maniera graduata la presenza sul posto di lavoro, spesso l’empatia stabilita in ufficio e col diretto superiore. Quasi impossibile avere una valutazione esterna (i cittadini o gli operatori che a vario titolo s’interfacciano con le strutture) o di funzionalità dell’apparato, di rispondenza a quanto si sarebbe potuto fare per migliorare le performance di comparazione con quanto fatto altrove. Più si sale nella scala gerarchica più le possibilità di una valutazione attendibile si rarefanno. Niente giudizi dal basso, ognuno nelle mani del diretto superiore. Giunti al vertice scatta l’autovalutazione e siccome ogni scarafone è bello a mamma sua, non si è mai sentito di un dirigente che giudicasse negativo il suo operato e rinunciasse a bei soldoni da distribuirsi. Se tutto questo sistema non pesasse sui conti pubblici, si potrebbe anche sorriderne. Se la pubblica amministrazione fosse efficiente e amica, si potrebbe anche non vedere. Ma tutto questo pesa eticamente ed economicamente, si riflette in negativo sulla vita di tutti noi. E allora non è possibile far finta di niente come non è possibile far finta di niente di fronte al sistema delle aziende pubbliche e di servizio pubblico e al circuito degli amministratori che in Italia si sono distinti per aver fatto fallire imprese e per essere stati immediatamente riciclati in altre imprese. Non si può far finta che nella funzionalità ed efficacia delle amministrazioni locali come sul governo nazionale si possono notare grandi differenze secondo la qualità degli amministratori e non del loro colore politico.  L’elenco potrebbe essere infinito e non risparmiare neanche il settore privato, le rappresentanze economiche, sociali e professionali con tutte le loro appendici, la gestione dei partiti. Nonostante che le parole talento e merito siano ormai ricorrenti nel bla bla bla della politica e dei leader, nessuno spiega come si può fare a riconoscerli e valorizzarli. Nessuno pone al centro del dibattito l’indispensabilità e le regole per la valutazione individuale, di gruppo, di struttura. Così il giudizio, l’espressione è bravo, rimane priva di contenuti e non condivisibile perché non se ne conosce le motivazioni. Così questo paese non riuscirà a fermare il proprio declino.  

Pubblicato in : Primo piano

Info Vincenzo Caciulli

Vincenzo Caciulli. Dottore di ricerca in Crisi e trasformazione sociale si è occupato a lungo di ricerca storica e sociale presso università italiane e straniere. E’ stato consigliere regionale e membro dell’Autorità per le Comunicazioni della Toscana. Da oltre dieci anni lavora nella comunicazione con esperienze di amministrazione di società editoriali. Collabora con vari periodici tradizionali e online. Fa parte della Direzione nazionale del PSI.

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