Nella forzata e pretestuosa ammucchiata bipolare che ha caratterizzato gli ultimi passaggi significativi della vita politica del nostro paese ed ha portato alla nascita dei due grandi contenitori del Pd e del Pdl, abbiamo assistito alla fine violenta del concetto di identità, prima respinto come elemento disgregante e dunque assai pericoloso per la sopravvivenza dei due poli, e poi definitivamente rinnegato come oggetto di archeologia politica e quindi buono ormai solo per gli studiosi della materia. Viviamo dunque oggi in tempi di identità negata, laddove l’appartenenza alla generica commistione di concetti, parole, definizioni e slogan fumosi – soprattutto, il più possibile vaghi ed onnicomprensivi – che definisce oggi un partito, o ciò che dovrebbe essere tale, è data da una sorta di rito tribale più simile al tifo negli stadi che alla ragione politica. Un’adesione empatica, e di solito nient’affatto motivata razionalmente, che nasce da epidermici riflessi: sì, siamo equi, solidali, biocompatibili, cattolici e non più laici, buoni ma, di più, buonisti, si va in Africa ma anche in Abruzzo, vogliamo il lavoro ma anche le tutele, vogliamo la libertà ma anche lo stato; ma in tutto questo, chi siamo?! Non lo sappiamo più.
In realtà siamo caduti in una trappola sofistica dove al concetto di identità è stato equiparato, in maniera del tutto fraudolenta, quello di appartenenza ideologica: si è decretata la fine dell’ideologia che ha caratterizzato le divisioni del secondo Novecento, e con essa si è fatta morire l’identità che di fatto era uno scomodissimo bagaglio per chi non desiderava compiere un faticoso, e pericoloso, percorso di ripensamento del passato e di revisione di sé in chiave contemporanea. La totale banalizzazione, il completo processo di omologazione e di appiattimento che ci ha portati a due grandi poli che contengono tutto e tutti perché in realtà non hanno voluto ridisegnare i propri confini ideologici e concettuali, ci ha privati così di qualcosa che somiglia maledettamente alla nostra memoria. Perché negare l’identità è come cancellare tutto il vissuto di un individuo fino ad oggi e supporre che esso, da questo momento in poi, sarà altro da sé, del tutto immemore del proprio passato, del tutto privo di tratti, di un nome, di una fisicità, come se fino ad oggi non fosse vissuto. Chi ha fortemente voluto ed accelerato questo processo, tanto a destra quanto a sinistra, sapeva esattamente ciò che faceva, e si è avvalso dell’equivoco di cui sopra per spacciare come modernità un’azione di mera cancellazione del passato, operazione peraltro molto comoda per chi ha molto da rimproverarsi e dunque ha tutto da guadagnare nel rimuovere i propri trascorsi. Ma questo processo è stato anche aiutato da chi, invece, dell’identità ha fatto un’icona cristallizzata, rendendola intoccabile e dunque immodificabile, una zavorra pesantissima che invece di far volare le idee le ha irrimediabilmente precipitate nel gorgo della vetustà. Le forze riformiste e laiche – tutte le forze riformiste e laiche che oggi sono ormai sigle ridotte a ricordo del passato ed al massimo relegate allo zero virgola di qualche inutile e velleitaria sortita elettorale – hanno commesso questo errore fatale e, non paghe, si sono sbranate fra loro in virtù dell’edificante principio che recita: la mia identità è più bella della tua. Bandiere ricche di storia ma povere di contenuti aggiornati sono sparite dalla schede elettorali, ma prima ancora dal cuore e dalla mente degli elettori, spazzate dalla loro endemica incapacità di distogliere gli occhi dal passato per rivolgerli al presente. La contemplazione stolta di sé e di tempi ormai lontani e conclusi per sempre, di battaglie forse vinte ma ormai del tutto superate dalle nuove sfide che la modernità ci impone quotidianamente, a velocità sempre più incalzante, ha decretato la fine di tutte le forze che in questo paese potevano invece rappresentare una spinta riformista, se intesa nella giusta luce della contemporaneità. Se oggi non sappiamo chi siamo e facciamo fatica a distinguere una dichiarazione del Pdl da una del Pd – Schifani o Quagliarello fanno il pari con la Binetti – è perché l’identità negata si vendica di noi facendoci vedere il vuoto profondo e vertiginoso che si è aperto con la propria scomparsa. Se ancora qualcuno, in questo paese così incline ai vuoti di memoria ed alla faciloneria omologata, ritiene che sia possibile recuperare una identità, che non rinneghi il passato ma non se ne faccia imprigionare, che non si leghi ad una bandiera ma alla autentica valenza di idee che si inverano nella contemporaneità, si faccia avanti. Il dibattito è aperto e questa, se vogliamo vederla, è l’unica vera grande sfida che ci si pone davanti. Il resto, è fuffa bipartisan buona sola ad impedirci di crescere e progredire, togliendoci ogni velleità di essere.
Chi.Bo.

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Caro Alberto, sei così giovane ed hai già capito tutto…
In altri termini le forze autenticamente laiche e riformiste,che per forza di cose non possono aver voce in quello che si prefigura non più come un sistema bipolare,ma addirittura bipartitico (dove uno è l’immagine speculare dell’altro) dovrebbero avere la capacità di VALORIZZARE la propria identità,nel contesto che stiamo vivendo e non in quello desiderato.
Ma per fare questo bisogna avere idee chiare e distinte sulla propria identità,avere una buona dose di coraggio e del sano pragmatismo.
Tutte cose che in teoria dovrebbero far parte del patrimonio genetico delle forze politiche in questione ed in particolare dei liberali,che dovrebbero essere maestri nel cambiamento pur nella tutela dei valori fondativi.Tuttavia, a quanto pare non è così.E forse non è un caso se ancora oggi questi valori stentano a trovare i costruttori di quella casa politica che li dovrebbe albergare.
La nostra Costituzione dice che i cttadini partecipano alla vita politica del Paese attraverso i partiti ,un tempo sede di incontri ,informazioni ,dibattiti. Mancando tali sedi ,è saltato tutto : si partecipa (quando va bene )attraverso le “grida” giornalistiche o televisive ,che possiamo solo subire leggendo od ascoltando.
Ed intanto i “politici ” si affermano come “professionisti” ,unti dal signore delle segreterie di apparato , e restano quindi protetti dalla “iscrizione all’Ordine”. Adesso poi che le elezioni sono state tramutate in adesioni ,che ne resta della previsione costituzionale (sempre quella del ’48 ) che assegna agli eletti il diritto ” di conservare il posto di lavoro” ? Mi pare che le cose da fare sarebbero tante….
Ma se la “politica vecchia maniera” ha fallito ed ha lasciato il posto al marketing, non sarebbe forse il caso di ripensare la politica in una nuova chiave che non prescinda dalla partecipazione dei cittadini e non preveda le deleghe in bianco che ormai da anni siamo costretti a dare?!
Forse manca ,nella apprezzabile trattazione di Chiara,la considerazione più concreta della fine della “politica” . Passata da arte di ricerca ed amministrazione del bene della comunità ,la pòlis , ad arte di creazione di un “professionalità” personale ,con tutti i suoi benefici e tutele di categoria. Dato che la Casta non esiste ,e chi lo crede è bollato ( anche dal Presidente della nostra Repubblica ) come antipolitico ,chi sa come fare , per tornare alla considerazione della politica vecchia maniera …?
In assenza di bisogni vitali anonime figure giovanili possono mascherarsi da innovatori. Uno straccio di combinazioni gestuali e lessicali si trova sempre, e mi sembra problema europeo e d’oltreatlantico, valga per tutti arringare in camicia, ormai sintomo planetario di vera democrazia, e, sottinteso, che il luogo è accaldato di folla. In questo inevitabile assopimento della politica le intelligenze oneste avranno tempo di scrostarsi di dosso le deboli identità degli alfabeti scolastici e famigliari e magari scoprirle da sempre piccine e troppe volte ricalcate. Ecco un’occasione unica mentre i più applaudono gli innovatori in camicia. M.S.
PUCCIO PUCCIO PUCCIO