L’eliminazione della carta d’identità, come risultato dello studio per la sua trasformazione in corrispettivo digitale porterebbe al vantaggio di semplificare la macchina burocratica, obbligarla alla riorganizzazione interna e rivedere il senso politico-organizzativo di ottomila comuni.
L’identità digitale ed il sistema pubblico per la gestione dell’Identità Digitale sono uno dei punti centrali della digitalizzazione del rapporto tra cittadino e Stato. In un “Piccolo vademecum sull’Identità Digitale” Alfonso Fugetta ha provato a stendere i termini della questione che riguarda, per essere più chiari, il fallimento della cosidetta carta d’identità elettronica (Cie). Non è che la carta d’identità elettronica di per sé sia un fallimento, o che lo siano le tecnologie in essa utilizzabili (chip, banda magnetica, chip, elementi ottici). E’ fallito però il tentativo di costruire un sistema funzionante generalizzato su base nazionale. Solo tra le righe Fugetta evoca gli ostacoli che hanno impedito a sistemi e tecnologie pronte da metà anni ’90 di entrare nella vita reale, come avvenuto alle carte bancomat. Per amore di chiarezza, si può indicare come primo problema la proprietà delle relative anagrafi da parte dei Comuni che emettono le carte d’identità. L’anagrafe nazionale potrebbe essere contenuta agevolmente presso un unico ente centrale al cui database puntare per gestire i dati identificativi dei cittadini. Fugetta cita il progetto (ANPR Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente) che si basa su un’unica anagrafe presso il MinInterni. La scelta di un unico database implica un’unica proprietà di quelli che sono ottomila enti che senza l’anagrafe risulterebbero in gran parte enti ridotti a uffici perifici ministeriali. Ne seguirebbe il problema del rapporto prefetture- comuni denudati e della rappresentanza democratica territoriale. Come si vede, si è ben lungi dall’affrontare un mero problema amministrativo o tecnologico. Si è invece nel delicato territorio dei poteri della macchina pubblica. La trasformazione digitale pone il problema politico della frammentazione del potere comunale di anagrafica e degli altri poteri conseguenti, tanto più che nessuno dei soggetti economici che trattano milioni di anagrafiche, sono ricorsi ai Comuni, preferendo costruirsele per conto proprio. I progetti che hanno dato vita all’INA, Indice Nazionale delle Anagrafi nel 2001 (l’INTE.G.R.Adel 1993 ed il Sistema di Accesso ed Interscambio Anagrafico SAIA del 1998), messi in campo da ANCI, Ancitel, AIPA(poi DigitPA, poi Agid) e Mininterni, si sono sempre preoccupati di non cambiare nulla dei poteri vigenti delle singole amministrazioni. Per loro ammissione, non sono esaustivi, poiché una parte dei Comuni non partecipa all’Ina. I sistemi che permettono ai singoli database di interscambiarsi dati badano a rispettare le singole autonmomie gestionali. La logica della tecnologia informatica, che accorcia spazi e tempi, spingerebbe nel senso contrario, ad unificare tutto il patrimonio anagrafico. La stessa logica, però si chiede a quali funzionalità si presti questa massa di indirizzi, cap, nomi e cognomi. Tutte quelle più importanti per la macchina pubblica, quelle fiscali, hanno repliche delle anagrafiche oltre a possederne uno vitale, quello economico del codice fiscale. Si finisce per chiedersi se abbiano senso le anagrafiche comunali, fondamentali alla fin fine solo per l’ufficializzazione dello stato in vita o dell’avvenuta morte. Fugetta in effetti ricorda che per esempio, in USA e in UK non esiste la carta di identità. E ad al suo posto si usano patenti, passaporti financo tesserini di riconoscimento di lavoro. L’eliminazione della carta d’identità sembra avere oggi avere senso compiuto. Può però spaventare per l’enorme buco di attività che verrebbe a creare nell’amministrazione pubblica. I municipi e i Comuni ne risulterebbero offesi in gran modo. Anche molta parte dell’amministrazione centrale vedrebbe cancellati molti dei suoi compiti. Molti vi vedrebbero un vulnus per la sicurezza, venendo meno alle forze dell’ordnine la possibilità di chiedere il documento identificativo. L’eliminazione della carta d’identità, come risultato dello studio per la sua trasformazione in corrispettivo digitale porterebbe al vantaggio di semplificare la macchina burocratica, obbligarla alla riorganizzazione interna e rivedere il senso politico-organizzativo di ottomila comuni. Tutto ciò perché l’identità digitale, spostando il rapporto tra cittadino e Stato dal piano fisico a quello dell’interattività digitale, rende superfluo gran parte del primo e sposta il tema del rapporto dal mero ricooscimento allo scambio dei servizi (dove deve essere chiaro che anche l’obbligo fiscale è un servizio). In questo rapporto digitale, nel caso e fino a quando non siano previsti servizi attivi e passivi in campo, né il cittadino, né lo Stato hanno motivo di rapportarsi l’un l’altro. In questo senso prima di lasciare il ruolo di Mister Digitale, Caio parlava di necessità di una revisione costituzionale digitale.

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