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L’esecuzione di Al-Nimr, mossa contro il consolidamento dell’Iran

La decisione di includere lo sheikh nel folto gruppo di condannati a morte è dettata infatti dalla volontà dei sauditi di lanciare un aut aut alla comunità internazionale e agli Stati Uniti in particolare.


di Nicola Pedde | 10 Gennaio 2016

La notizia della decapitazione del religioso sciita Nimr al-Nimr in Arabia Saudita ha provocato lo sdegno di una consistente parte della comunità internazionale, oltre che – chiaramente – della comunità sciita.
È stato tuttavia proprio il fratello del chierico giustiziato, Mohammed al-Nimr, ad invitare gli sciiti alla calma e ad impedire il ricorso alla violenza, nell’intento di non cadere nella trappola tesa dal regime saudita con l’uccisione del popolare predicatore.
L’aut aut dell’Arabia Saudita alla comunità internazionale
La decisione di includere lo sheikh nel folto gruppo di condannati a morte è dettata infatti dalla volontà dei sauditi di lanciare un aut aut alla comunità internazionale e agli Stati Uniti in particolare: o con noi o contro di noi nella definizione delle dinamiche politiche regionali.

Il processo di distensione internazionale avviato con l’Iran e suggellato con gli accordi di Vienna dello scorso luglio, il crescente ruolo di Tehran nella complessa dinamica del conflitto siriano e il suo coinvolgimento al tavolo negoziale per cercare una soluzione per la successione al presidente siriano Bashar al-Asad, oltre alla crescente influenza dell’Iran nella regione grazie ai suoi proxy libanesi e iracheni, hanno nel corso degli ultimi tre anni determinato una diffusa e concreta preoccupazione a Riyadh.

E questa cerca oggi in ogni modo di impedire il consolidamento del ruolo iraniano attraverso il ricorso a una violenta forma di settarismo, cercando di chiamare a raccolta la comunità sunnita contro l’incombente minaccia sciita.

L’uccisione di Nimr al-Nimr è stata quindi voluta con lo specifico intento di provocare le comunità sciite della regione alla rivolta, per dimostrarne la pericolosità alla comunità internazionale, ma soprattutto alle fragili monarchie regionali che da oltre trent’anni guardano con profonda ostilità a tutti i movimenti politici o sistemi istituzionali di stampo partecipativo e populista.

Reazione della comunità sciita all’esecuzione di Al-Nimr
I media occidentali hanno documentato in modo molto approssimativo le reazioni della comunità sciita alla morte di Nimr al-Nimr, puntando i riflettori soprattutto sulla Repubblica islamica dell’Iran e sulle accese proteste che hanno portato alla distruzione dell’ambasciata saudita a Tehran e del consolato a Mashad.

L’Iran ha trasformato in una sorta di martire nazionale il religioso sciita saudita, cavalcando l’onda delle proteste ma al tempo stesso prestando il fianco ai rischi derivanti dal sempre più incandescente clima politico interno, che a febbraio sarà interessato da due importanti tornate elettorali.

Nimr al-Nimr, tuttavia, non poteva in alcun modo essere considerato come un esponente religioso vicino all’establishment iraniano, essendo al contrario un pacifico e moderato interprete di istanze sociali squisitamente locali.

Se da una parte, quindi, Tehran ha potuto a gran voce denunciare l’oggettivamente deplorevole esecuzione di un innocente e popolare attivista, dall’altra ha fornito il pretesto ai propri detrattori per essere accusata di strumentalizzazione del lutto, sollevando critiche e perplessità.

Non solo. Nel clamore delle proteste popolari e dell’incitamento da parte di un gran numero di esponenti della politica locale, l’opposizione politica al governo di Hassan Rohani ha colto l’occasione per permettere ad alcune decine di facinorosi di distruggere le rappresentanze diplomatiche saudite in Iran.

Riportando in tal modo le lancette dell’orologio della storia indietro di quasi quarant’anni, rievocando le immagini dell’assalto all’ambasciata Usa e fornendo all’opinione pubblica internazionale una conferma – errata, ma difficilmente confutabile – dei tradizionali stereotipi sul paese.

Un fatto di mera politica interna, ma con conseguenze disastrose per l’immagine del paese. Con la paradossale conclusione di una condanna da parte dell’Onu per l’assalto all’ambasciata, nel più assoluto silenzio del palazzo di vetro sull’ingiustificabile esecuzione di al-Nimr.

Non solo in Iran, tuttavia, le comunità sciite sono scese in strada per protestare. In buona parte del governatorato di Qatif, area a maggioranza sciita dell’Arabia Saudita, la popolazione ha manifestato il proprio sdegno provocando la dura reazione delle forze di polizia, e innescando in tal modo quel meccanismo di violenza funzionale agli interessi sauditi.

Anche in Bahrain le proteste sono state duramente represse, nel più assoluto silenzio dei media internazionali, che si sono invece concentrati sui soli fatti dell’Iran, ancora una volta favorendo la posizione di Riyadh.

Ingenti, ma ordinate ed incruente, sono state invece le manifestazioni di protesta organizzate in Iraq e Libano, dove la folla si è soprattutto concentrata di fronte alle sedi diplomatiche saudite scandendo slogan contro la monarchia e inneggiando alla figura di Nimr al-Nimr.

Impedire il consolidamento di Teheran
La crisi seguita dalla chiusura dei rapporti diplomatici con Tehran da parte di alcuni paesi arabi (per quanto possa valere tale mossa, soprattutto nella dinamica della tradizione informale dei rapporti regionali) costituisce l’ultimo elemento di una strategia volta a cercare di impedire il consolidamento del ruolo dell’Iran nella regione e sul piano internazionale.

Una strategia estremamente difficile da perseguire da parte dell’Arabia Saudita, che rischia di esacerbare i già delicatissimi equilibri all’interno della famiglia reale, con la possibilità di sollevare divergenze di portata tale da rendere insanabile la distanza tra il gruppo di potere di re Salman e la restante parte dei consanguinei.

Pubblicato in : Primo pianoTag: Al-Nimr, anni, arabia saudita, comunità internazionale, crisi, governo, iran, iraq, notizia, polizia, populista, processo, regime, repubblica, slogan, soluzione, stati uniti, usa

Info Nicola Pedde

Nicola Pedde è Direttore dell’Institute for Global Studies, School of Government.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Claudio Fogazza

    10 Gennaio 2016 alle 21:44

    La decapitazione del religioso sciita Nimr al-Nimr in Arabia Saudita ha creato un martire e un simbolo – Una bandiera che ha rafforzato l’ IRAN facendo scivolare verso il declino politico i sunniti e mettendo in imbarazzo l’occidente

    Rispondi

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