Ho messo in riposo le stagioni della intemperanza. Ne ho collezionato qualche inutile perché, qualche vizioso turbamento, qualche impietosa rinuncia.
Sono riposte in scatole di bois de rose offerte alla guardia di ragni instancabili. Reliquiari di un abbandono alla inettitudine.
Ma, tra i segreti delle tasche stipo, sempre, un astuccio di cartone. Di sigari che levano anelli fumanti come spirali di incognite che trasportano inchieste sul cielo, sull’amore, sulla morte. E quelle piccole, indispettite, risposte dal sapore di favole per vecchi; come, per i fanciulli, il risveglio della principessa al bacio del principe.
Così, pendulo il fumo tra le labbra, mi racconto il farsi della simulazione, simulando la mia stessa esistenza in un inseguimento di immagini riflesse dove rimbalza la compattezza e lo sgretolamento del tangibile e del visibile; componendo e integrando una equazione.
Si! Posseggo l’infinito e l’eterno che pure mi possiedono e mi modificano e si alimentano delle emozioni che essi stessi generano in me.
Racchiudo e concludo in me il ciclo binario della perennità e della conservazione mutante.
Il dio che si fa carne. La trascendenzialità della morte, della poesia, dell’amore. Ripostiglio della materia ignorata da cui attingere i paradigmi della simulazione.
Nel mentre mi confesso: amo con veemenza due donne.
L’una, della sensualità sensoriale del conforto tradito; l’altra della sensualità adulatrice dei distacchi rimpianti.
Quasi gemelle; così simili nei tratti dominanti e nella altera inquietudine degli occhi. O successioni di riepiloghi l’una dell’altra.
Mai vidi volti più belli e anime più radiose nel martirio della solitudine e dell’inconfessabile ostentazione dell’ansia verso una incredibile purezza. Il vizio-gioco dove si annida si compie ogni crudeltà di poesia o trasfigurazione dell’inganno: la passione del poeta, la incognita variabile nel mondo simulato.
E, se in questo infinito simulato la morte si svolgesse come deflagrazione dell’anima in particelle di materia e di antimateria, anch’esse simulate, che si disperdono per il cosmo? E, se vagando si congiungessero a particelle opposte, anch’esse generazioni della morte? E se dallo sprigionamento di energia si addensasse pulviscolo e poi soli e mondi e anime rimodellando il cosmo? Potrei, potreste, chiamare tutto ciò amore?
Ne sussurro i nomi: Bernardette, Jeanne.
Il sigaro si è consumato. Il fumo si disperde. Bagliori lontani dicono di nuove stelle. Gli uomini continuano a simulare la morte. O a morire.

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