Vorremmo dir bene di Maurizio Landini. Non sobbalzate poiché staremo attenti a ben circoscrivere il campo della lode unicamente alla persona, non al politico sindacalista della Fiom Cgil. Ad altri lasciamo il gusto di condividere in toto i ragionamenti e il suo operare poiché – per chi non l’avesse ancora inteso – simpatizziamo per lo schieramento opposto, ma che è opportuno precisare in questo contesto, non è certamente quello dei Montezemolo, dei Della Valle e compagnia di censo.
Tante volte l’abbiamo visto e calibrato in tv. Invitato di pregio in quasi tutti quei talk show dove trattano di politica spesso pur bistrattandola. Compare regolarmente senza cravatta, ma non è di per sé un segnale di ribellismo: anche Marchionne probabilmente la cravatta se l’è messa l’ultima volta il giorno della laurea. Il ciuffo ormai candido gli pende sulla fronte senza il tormento che affligge quello di Sgarbi. Piedi per terra e mani spesso ancorate a solidi braccioli. Non l’abbiamo mai visto tastare un tablet e ci parrebbe singolare che lanciasse un twitter pur con cadenza trimestrale. Crozza, come lui antico comunardo, ce lo ha felicemente rappresentato in consuetudini assai lontane, caricandolo di borsello e mangiadischi.
Parte pacato, scandisce senza alcuna tensione. Un paio di minuti a modo e poi il tono prende a salire, le parole s’infilano l’una nell’altra ma senza congestionarsi, con calore si susseguono facendosi intendere, il pensiero si fa comprensibile, sostenuto da esperienze dirette. Il corpo si scuote e accompagna il ritmo fattosi già turbolento. Non pare tipo da portare la croce cantando, ma ci piace pensare disponibile a reggere quella del vicino. Usualmente le obiezioni gli giungono articolate sì, ma verbose e rischiando di minare l’attenzione di chi a casa coltiva le opinioni ma non intende riepilogarle in un trattato. Landini ne coglie il senso al volo e bada subito ad elaborare una sintesi da esporre poi. Così non sembra più ascoltare il procedere, peraltro ormai superfluo, dell’interlocutore e inevitabilmente l’immagine si fa meno televisiva. Però, come negare il manifestarsi della sua correttezza verso chi lo ascolta a casa: dice quello che pensa, esprime ciò che sente, non tasta il pubblico, non vellica alcuno.
In un paese normale tale onestà e tale rispetto sarebbero in larga misura qualità manifeste e di indubbio profitto per tutti i cittadini. A chi verrebbe in mente di barattare la coerenza per la convenienza? Eppure cogliamo tanta pregevole schiettezza come sporadica attitudine di pochi. Se è vero che nulla possiamo contro tante frasi fatte che puzzano di ipocrisia e la perfida melassa fatta di buoni intendimenti in divenire, è anche vero che quotidianamente possiamo tenere alta la guardia e non scambiare la scellerata permanente straordinarietà per la nostra pretesa civile ordinarietà.

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