Le conseguenze delle azioni sbagliate dei governi nella gestione della crisi.

Per risponder alla domanda, Fitoussi ricorre all’apologo del tizio che cerca “le chiavi sotto un lampione”, non perché le ha perse nell’ambito del cono di luce del lampione, ma solo perché è l’unico punto illuminato; in altri termini, il tizio cerca di “vedersi chiaro” e l’apologo non sta tanto nel fatto che le chiavi non possono essere rinvenute perché non sono state perse sotto il lampione, quanto nella considerazione che l’irragionevolezza, che sembra pervadere la capacità di analisi dei fenomeni della crisi in atto da parte dei poteri pubblici, dipende non solo da che cosa è illuminato, ma anche dalla natura del lampione utilizzato. Fuori metafora, Fitoussi intende sottolineare che, nell’ambito dell’agire pubblico, le scelte non sono pertinenti, per cui le decisioni sono destinate a risultare infruttuose. Gli errori nella soluzione dei problemi (il ritrovamento delle chiavi smarrite) e nella scelta degli strumenti con cui risolverli (il lampione), cioè nella scelta degli strumenti teorici ed analitici sulla base dei quali assumere le decisioni necessarie, possono avere, come in realtà hanno avuto e continuano ad avere, conseguenze gravi.
Da tempo, afferma Fitoussi, i poteri pubblici “puntano” i lampioni sulla stabilità dei prezzi e sulla conservazione e potenziamento della competitività dei mercati finanziari. Ora si sa, continua l’economista francese, come sono andate le cose: la stabilità dei prezzi si è coniugata con la massima instabilità economica e finanziaria, mentre la deregolamentazione dei mercati finanziari ha originato un peggioramento del loro funzionamento. Tutto ciò è accaduto perché non sono stati “accesi i lampioni giusti e si è cercato di agire a partire da una rappresentazione teorica del mondo che non aveva molto a che fare con il mondo reale”.
è giunto, così, per Fitoussi, il momento di valutare le conseguenza delle azioni dei governi attuali dei Paesi industrialmente avanzati, soprattutto rispetto agli obiettivi che avrebbero dovuto perseguire: il benessere sociale e la sua sostenibilità. L’irragionevolezza ha contribuito a realizzare un mondo poco aperto al perseguimento di questi due obiettivi, per cui i poteri pubblici continuano ad agire come se si trovassero nel mondo di prima e come se i disequilibri distributivi globali, a livello internazionale e nazionale, potessero autocorreggersi da soli in virtù di mercati reali e finanziari che in quanto liberati da ogni tipo di “lacci e laccioli” potessero rimuovere le cause della crisi.
La crisi dei mercati ha scosso in profondità il capitalismo, ma “l’economia di mercato, che è il nome politicamente corretto che gli si dà oggi, resta insormontabile all’orizzonte”. Ciò perché si affronta il futuro “alla luce” di una teoria economica tanto mummificata da aver smarrito il senso positivo del perseguimento del benessere sociale e della sua sostenibilità. Allora, che fare? Per Fitoussi, la crisi e gli errori commessi nell’affrontarla ha consentito di imparare molto su quel che è mancato per la definizione di politiche pubbliche migliori. Ma se è così, se si dispone come afferma Fitoussi di una maggior conoscenza riguardo agli errori commessi, perché i poteri pubblici stentano ad applicare la maggior consapevolezza acquista per fare funzionare meglio i sistemi sociali delle democrazie industriali?
Fitoussì manca di dirlo; poiché in democrazia sono esclusi gli “atti di forza”, la via di fuga dalla crisi deve essere allora trovata nel senso dell’esperimento mentale sugli esiti negativi della eccessiva concentrazione della ricchezza, compiuto già nel XIX secolo in Progresso e libertà da un economista americano sconosciuto, Henry Gorge. Se l’egemonia senza regole dei mercati determina una crescente e definitiva espulsione di quote di forza lavorativa dalle attività produttive ed un eccesso di concentrazione della ricchezza, allora resta che la consolazione che, prima o poi, sarà inevitabile raggiungere un momento in corrispondenza del quale il prodotto sociale potrà essere ottenuto azzerando totalmente l’occupazione. In tal modo, i capitalisti potranno appropriarsi dell’intero prodotto sociale senza l’impiego di alcun lavoratore; l’intera forza lavorativa disponibile cesserà di partecipare, in una misura qualsiasi, alla distribuzione della ricchezza prodotta; e per quanto il costo della “riproduzione” della forza lavorativa disponibile, ma disoccupata, potrà essere fatto uguale al “costo della biada per i cavalli” o al “costo dell’olio lubrificante per il funzionamento delle macchine”, la produzione complessiva eccedente tale “costo di riproduzione”, rimanendo invenduta, mancherà di tradursi in ricchezza reale, riducendo il sistema sociale a vivere all’interno di un’economia funzionante in regime di uno stato stazionario regressivo, per il cui superamento sarà giocoforza assumere decisioni ragionevoli ed appropriate. Questo limite, per quanto possa sembrare molto remoto, perfino impossibile a raggiungersi, rappresenta un punto verso cui tende sempre più fortemente l’attuale modo di funzionare dei sistemi industriali avanzati in crisi; un limite, perciò, che rappresenta allo stato attuale la prospettiva di riforma più consona alla bisogna dei sistemi sociali moderni in crisi.

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