
Zelensky sostenuto da fondi e armamenti giunti in gran parte dall’Europa, insiste affinché Trump accetti il contributo militare ucraino nella guerra contro l’Iran, nuovo bersaglio di Washington. Un Paese invaso e bombardato dagli Stati Uniti con una logica che inevitabilmente richiama alla mente ciò che la Russia ha fatto e continua a fare all’Ucraina. È il paradosso del nostro tempo: un mondo in cui le categorie morali e politiche sembrano essersi rovesciate, mentre il modello dominante diventa quello del Tycoon e della sua visione delle relazioni internazionali dove tutto appare ridotto a forza, scambio e convenienza. Così accade che Kiev – già devastata dall’aggressione di Mosca e privata di gran parte delle proprie risorse – arrivi a offrire ciò che le resta agli opulenti Stati Uniti pur di mantenerne il favore. E questo nonostante abbia già ceduto lo sfruttamento delle terre rare come parziale compensazione dei prestiti ricevuti in armi e denaro. La logica della brutalità commerciale trasformata in metodo politico sembra aver contagiato anche chi ne è vittima. Nella speranza di non essere abbandonati si arriva perfino a togliersi il pane di bocca pur di ottenere ulteriore benevolenza. Eppure la proposta di Zelensky lascia più di un dubbio. Perché nel momento in cui Washington aggredisce l’Iran l’immagine dell’aggressore finisce inevitabilmente per sovrapporsi a quella di Mosca. Un cortocircuito che rischia di indebolire proprio la ragione morale su cui l’Ucraina ha fondato la propria resistenza. In questo senso l’iniziativa di Kiev può apparire come una sorta di harakiri politico. Se l’uso della forza diventa la misura legittima delle relazioni tra Stati, allora ogni azione passata, presente o futura dello zar contro l’Ucraina rischia di trovare una nuova e pericolosa giustificazione. La mossa del presidente ucraino appare dunque come il gesto di un Paese stretto in una condizione estrema: comprensibile nella disperazione, ma difficile da condividere. Perché rischia di risultare inopportuna e persino lesiva nei confronti di quello stesso popolo che cerca di difendere. Naturalmente i fatti possono sempre essere narrati nel modo più conveniente e chi solleva dubbi può essere facilmente liquidato come visionario. Ma resta difficile non vedere il dramma di fondo: la guerra che continua a devastare l’Ucraina e quella che ora si accende in Iran sono due volti della stessa logica, quella che riduce il diritto alla forza e la politica al calcolo. Un sentimento che appartiene a una larga parte dei cittadini europei. Gli stessi che più di altri hanno sostenuto Kiev con risorse, sacrifici e armamenti, nella speranza che la difesa dell’Ucraina restasse anzitutto la difesa di un principio, prima ancora che di un interesse.
Angelo Santoro

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