
“I gruppi, come gli individui, hanno bisogno di autostima ed interpretano i fatti in modo da confermare il loro senso di superiorita”. Jonathan Sacks, gia’ rabbino capo d’ Inghilterra e Commonwealth, una delle menti piu’ brillanti e delle voci piu’ influenti dell’ ebraismo contemporaneo, morto sabato 7 novembre a Londra, a 72 anni, pur auspicando e prevedendo un 21mo secolo di “de-secolarizzazione e quindi di ritorno alla spiritualita’, metteva in guardia le grandi religioni monoteiste dalla tentazione di farsi vessillo di superiorita’ da innalzare in nome di Dio.
“Non nel nome di Dio”, una delle sue approfondite riflessioni, libro pubblicato in Italia dalla Giuntina, invita a recuperare il valore morale del monoteismo, la cui piena comprensione puo’ essere l’ unico antidoto alla contrapposizione identitaria violenta.
La forza morale del monoteismo” la possiamo cominciare a comprendere, secondo Rabbi Sacks, solo riuscendo a superare il dualismo patologico tra bene e male. “Il dualismo – scrive – e’ cio’ che si verifica quado una dissonanza cognitiva diventa intollerabile, quando il mondo, cosi’ come e’, e’ semplicemente troppo dissimile dal mondo come credevamo che dovesse essere”.
Il dualismo, quindi, penetra ogni aspetto del vivere, tanto quello religioso quanto quello politico e quello sociale, quando diventa piu’ facile attribuire le sofferenze del mondo ad una forza malvagia piuttosto che all’ opera di Dio, ai poteri occulti, a “grandi fratelli” che operano nell’ ombra per impossessarsi di potere, ricchezze ed influenzare le coscienze.
Quando questo accade, osserva Rabbi Sacks, il dualismo diventa patologico, “crea un mondo a se’ che diventa auto-omologante”. “Una volta che si e’ intrappolati in questo universo illusorio, esso diventa per te reale, perche’ se combatti contro tutti, tutti combatteranno contro di te, e meno pietoso ti mostri, piu’ impegni la tua parte in una lotta fino alla fine”
La forza morale del monoteismo libera da questo circolo vizioso. L’ unicita’ di Dio contraddice l’ esistenza di una forza malvagia. “IL monoteismo chiede ai suoi di pensare a Dio sia come a un padre che come a un giudice. Un giudice punisce, un padre perdona; un giudice applica la legge, un genitore incarna l’ amore. Dio e’ entrambi”, anche se e’ difficile pensare a entrambi contemporaneamente. Scoprire Dio unico e solo significa anche scoprire l’ individuo umano unico e solo, fatto di bene e di male, frutto delle sue tante contraddizioni. “Il monoteismo – scrive Sacks – interiorizza cio’ che il dualismo esteriorizza”. Ecco la forza morale del monoteismo. “Prende il bene e il male nella situazione umana, la fede e il timore, il castigo e il perdono, e li pone dentro ciascuno di noi, trasformando cio’ che, altrimenti, sarebbe una guerra sul campo di battaglia, in una lotta all’ interno dell’ anima”.
Il suo avvicinamento agli studi rabbinici era avvenuto imprevisto. Nessuna formazione tradizionale ebraica fino ai venti anni. Dopo, per almeno un decennio, i suoi studi si rivolsero alla filosofia morale prima di avviarsi al Rabbinato. E’ stata proprio questa fusione della conoscenza dei testi canonici ebraici con una profonda conoscenza del pensiero occidentale, unite ad una oratoria brillante ed al naturale carisma personale, a fare di Jonathan Sacks uno dei piu’ originali pensatori contemporanei, apprezzato sia nel mondo ebraico sia in quello laico e di altre confessioni. La sua popolarita’ anche in ambito non ebraico gli e’ valso l’ epiteto di “Rabbino capo dei goyim”, una frase non intenzionalmente benevola da parte degli ultra ortodossi che lo consideravano “piu’ Cambridge che Etz Chaim”, dal nome della piccola yeshiva londinese dove aveva studiato per il rabbinato.
Molti dei suoi libri figurano tra i best sellers, sia nel Regno Unito sia in Usa. Tra questi, ma la lista e’ molto piu’ lunga, “The politics of Hope”, “The dignity of difference”, “Future tense: Jews, Judaism and Israel in the Twenty-first Century” e “Not in God’s name – Confronting Religious Violence”, tradotto in Italiano con il titolo “Non nel nome di Dio” (Giuntina). Una produzione filosofica di oltre quindici anni che ha fatto di Rabbi Sacks uno dei maggiori filosofi occidentali, senza perdere niente del millenario patrimonio di sapienza ebraica, da lui perennemente rinnovato e arricchito. Letture da non perdere per coltivare la speranza in un continuo processo di miglioramento dell’ umanita’.
“Quello che i sostenitori del laicismo hanno dimenticato – scrive Rabbi Sacks in ‘Non nel nome di Dio’ – e’ che l’ Homo Sapiens e’ un animale in cerca di significato. Se c’e’ una cosa che le grandi istituzioni del mondo moderno non fanno e’ fornire un senso. La scienza ci spiega il come ma non il perche’; la tecnologia ci da’ potere, ma non e’ in grado di guidarci su come usarlo; il libero mercato ci offre delle scelte, ma ci lascia privi di istruzioni su come farle; lo Stato democratico ci da’ la liberta’ di vivere come vogliamo, ma per principio rifiuta di guidarci su come scegliere”. “Il 20mo secolo ci ha lasciato il massimo della scelta e il minimo significato”. “Internet globalizza anche l’ odio”, “mai stato piu’ facile generare la paranoia e comunicarla”. Tutto questo porta l’ Occidente a vivere “l’ era piu’ individualistica di ogni tempo”, ma e’ un individualismo senza senso e senza gioia, la societa’ e’ atomizzata e l’ individuo e’ solo”. Da qui, da questo vuoto e da questa solitudine, scaturira’, un nuovo anelito religioso. “Il 17mo secolo fu l’ alba di un periodo di secolarizzazione, il 21mo – profetizza Rabbi Sacks – sara’ l’ inizio di un periodo di de-secolarizzazione.
Grazia Carifi

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