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Italia in Libia, invertendo l’ordine dei fattori il risultato cambia 

E’ sbagliato parlare di un intervento franco-britannico che trascinerebbe fatalmente una partecipazione italiana, semmai si deve parlare della necessaria acquisizione preliminare dell’assenso e della collaborazione italiana.

di Vincenzo Camporini | 17 Gennaio 2016

Tipici tempi mediterranei per la vicenda libica che si sta dipanando così tanto che non appare nemmeno più appropriato parlare di crisi.

E se non fosse per alcuni eventi e fattori di origine esterna, probabilmente la situazione potrebbe rimanere indefinitamente nello stato ‘post-Gheddafi’, con una frantumazione del potere su base localistica e tribale, in cui i singoli capi non vedevano alcun interesse a favorire un’entità statale sovraordinata che ne avrebbe eroso, appunto, il potere, in quanto l’unica istituzione che potremmo definire nazionalmente libica, la Banca Centrale, distribuiva in modo equanime, ‘a pioggia’, le risorse finanziarie frutto della rendita energetica, beneficando tutti quanti, senza preferenze.

La mancanza di una piena sicurezza interna era essenzialmente dovuta ai tentativi di guadagnare vantaggi che potremmo definire marginali, o alla naturale dinamica violenta di bande che tendevano ad allargare il perimetro dei propri traffici, a danno di altre bande, il tutto con scontri che avevano tutto l’aspetto di scaramucce più che di battaglie.

Crollo dei prezzi degli energetici e comparsa del Califfato
In questo quadro di stabile instabilità sono però intervenuti due fattori nuovi. In primis il crollo dei prezzi del mercato energetico, evento che ha prosciugato le risorse finanziarie disponibili da parte della Banca Centrale, la quale non è più in condizione di soddisfare pienamente le esigenze di tutti.

Il secondo è la comparsa dell’autoproclamatosi “stato islamico”, con una carica di tendenza all’espansione che mette a rischio gli equilibri in qualche modo consolidati, e poco importa se il fenomeno sia autentico o se si tratti solo di un revival dei gheddafiani. Questi fattori, che vanno a incidere su un equilibrio di fatto, potrebbero essere i catalizzatori di un’aggregazione politica verso il nuovo governo di unità nazionale che dovrebbe formarsi nei prossimi giorni.

Finora l’ipotesi di un sostegno militare al potere politico libico presuppone un governo unitario in carica, riconosciuto dalla comunità internazionale, che ne avanzi formale richiesta. Negli ultimi giorni però, anche forse per fare pressione sulle diverse fazioni, hanno cominciato a circolare voci di un possibile intervento diretto, specificamente volto a colpire gli islamici di Sirte, che hanno cominciato ad allargare in modo preoccupante il loro raggio di azione. La stampa ha parlato di fantomatici raid aerei condotti non si sa da chi (tutti i potenziali autori hanno categoricamente smentito) contro obiettivi dello ‘stato islamico’.

Intervento in Libia: il ricordo del 2011
Al di là della veridicità o meno di tali eventi, di cui personalmente dubito, si stanno concretizzando sottili pressioni sul nostro governo perché non si faccia cogliere di sorpresa da un’ipotetica iniziativa unilaterale di Francia e Gran Bretagna che si starebbe preparando. Nella convinzione che se questa dovesse concretizzarsi, l’Italia ‘non si potrebbe tirare indietro’.

È questo, purtroppo, uno schema che abbiamo già sperimentato nel 2011, in cui i nostri interventisti, anche con il determinante sostegno del Colle, certo ispirati dalla volontà di sostenere le ipotetiche ‘spinte verso la democrazia’ fatte balenare dalle ‘primavere arabe’, hanno avuto ragione sulla prudenza suggerita dal semplice buon senso.

Fu così che, a prescindere dal contributo italiano diretto alle operazioni, che ci fu e fu molto efficace, anche se le autorità di governo fecero di tutto per mascherarlo e minimizzarlo, il nostro paese mise a disposizioni le basi che resero possibile l’intervento, senza le quali Sarkozy si sarebbe dovuto limitare ad un intervento poco più che simbolico.

È proprio sul carattere abilitante della nostra posizione geografica e conseguentemente delle nostre basi militari che occorre riflettere, perché, al di là delle intenzioni politiche, occorre fare i conti con la realtà, con le geometrie e con le capacità esprimibili, a fronte degli obiettivi militari che si vogliono perseguire.

Oggi, ancor più che nel 2011, è francamente difficile pensare a efficaci operazioni militari in Libia contro il territorio controllato dalle milizie che si richiamano al Califfato senza un consistente contingente sul terreno, che deve essere fatto sbarcare e deve essere sostenuto operativamente e logisticamente.

Il controllo del territorio non può certo essere assicurato da qualche pur efficace operazione di commando, sicuramente in grado di conseguire qualche brillante successo tattico, ma che deve essere poi consolidato da una presenza continuativa.

Il tutto necessiterebbe ovviamente di un adeguato supporto aereo che dovrebbe inizialmente essere fornito non solo da una portaerei che incroci nel golfo della Sirte,ma anche da velivoli decollati da basi a distanza ragionevole, per non dovere ricorrere a dispendiose operazioni di rifornimento aereo, che in ogni caso ridurrebbero significativamente l’entità delle sortite che potrebbero essere generate.

Iniziativa unilaterale franco-britannica e basi italiane
Fatte queste premesse, ipotizzare un’iniziativa franco-britannica senza la piena disponibilità delle basi italiane, sia per gli aspetti logistici che per quelli operativi, appare quanto meno velleitario, se non irrealistico: mentre la Francia ha una capacità aeronavale assicurata dalla portaerei De Gaulle, la Gran Bretagna è in attesa dell’introduzione in servizio della nuova Queen Elizabeth, attualmente in costruzione, dotata degli F35-B, che verranno consegnati nel futuro.

L’ipotesi di un concorso Usa è da considerare come completamente irrealistico, sia per l’atteggiamento ideologico dell’amministrazione Obama, sia per la prossimità delle elezioni che condizioneranno pesantemente le capacità decisionali di Washington.

Ciò considerato, è sbagliato parlare di un intervento franco-britannico che trascinerebbe fatalmente una partecipazione italiana, semmai si deve parlare della necessaria acquisizione preliminare dell’assenso e della collaborazione italiana a un’operazione. E il nostro governo ne deve essere ben consapevole: è un caso in cui invertendo l’ordine dei fattori il prodotto può cambiare sostanzialmente, e può anche essere uguale a zero.

Pubblicato in : Primo pianoTag: 2011, autori, banca centrale, buon senso, comunità internazionale, conti, crisi, elezioni, francia, futuro, governo, gran bretagna, italia, la stampa, libia, mercato, nuovo governo, obama, sarkozy, scontri, sostegno, unità nazionale, usa

Info Vincenzo Camporini

Vincenzo Camporini, già Capo di Stato Maggiore della Difesa, è vicepresidente dello IAI.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Claudio Fogazza

    17 Gennaio 2016 alle 20:17

    Quanto detto è il passato – un nuovo governo unitario libico apre all’Italia grandi margini di manovra – 7.000 militari italiani sono sbarcati in Libia in accordo con il governo libico e l’Egitto che ha inviato 20.000 militari – compito dei nostri militari sarà quello di occupare tutti i luoghi sensibili (porti, aeroporti, pozzi petroliferi, ecc.) “saranno truppe combattenti a fianco delle milizie lealiste , non svolgeranno compiti di RDI ricognizione (quel ruolo è stato affidato allo Special econnaissance regiment, Navy Seals americani e SAS inglesi) sotto il comando degli italiani arriveranno truppe francesi con forze speciali e due Compagnie della Legione Straniera la Royal Navi si occuperà della copertura aerea.
    condizione finale sarà l’applicazione degli accordi firmati da Gheddafi e Berlusconi e il concorso europeo alla ricostruzione

    Rispondi

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