
Quando si parla di qualità del dibattito pubblico in Italia si tende sempre a girare intorno al problema, come se fosse una questione di opinioni o di toni. In realtà la radice è molto più semplice e molto più scomoda: il livello medio di alfabetizzazione del paese.
I dati europei sono abbastanza chiari. Secondo le indagini internazionali sulle competenze degli adulti promosse dall’OCSE, l’Italia si colloca stabilmente nelle ultime posizioni in Europa per capacità di comprensione dei testi scritti, interpretazione delle informazioni e utilizzo della lingua in contesti complessi. Non si parla di saper leggere o scrivere nel senso elementare del termine. Si parla di qualcosa di diverso: la capacità di capire davvero ciò che si legge.
Questo fenomeno viene definito alfabetizzazione funzionale. Significa essere in grado di decodificare una frase, ma non di comprenderne il significato profondo, le implicazioni logiche, i riferimenti impliciti. In altre parole si leggono le parole ma non si afferra il senso.
In Italia il problema è strutturale. Le ricerche internazionali stimano che quasi la metà della popolazione adulta abbia competenze di lettura e comprensione basse o molto basse rispetto agli standard europei. In paesi come Germania, Paesi Bassi o Finlandia la quota di popolazione con difficoltà simili è molto più contenuta. La distanza non è marginale, è sistemica.
Questo dato ha conseguenze enormi sulla vita pubblica. Una società con bassi livelli di alfabetizzazione funzionale fatica a sostenere un dibattito democratico maturo, perché temi complessi vengono compressi in slogan e contrapposizioni elementari. Le riforme istituzionali diventano tifoserie. Le decisioni politiche vengono interpretate come uno scontro tra squadre invece che come scelte che riguardano il funzionamento dello Stato.
Il risultato è un clima in cui il confronto razionale arretra e avanzano impressioni, paure, appartenenze ideologiche. Non è una questione di destra o sinistra. È un problema culturale più profondo che riguarda la capacità collettiva di analizzare la realtà.
In questo quadro diventa inevitabile tornare a parlare di scuola. Se esiste un luogo in cui si costruiscono cittadini consapevoli è proprio quello. Tra le materie che andrebbero rafforzate e riportate al centro dei programmi c’è senza dubbio l’educazione civica. Non come formalità burocratica o come ora marginale infilata tra altre lezioni, ma come disciplina vera, capace di spiegare come funzionano le istituzioni, cosa significa una riforma costituzionale, quale ruolo hanno i poteri dello Stato e quali diritti e doveri appartengono ai cittadini.
Una democrazia non vive soltanto di elezioni. Vive della capacità dei cittadini di comprendere ciò su cui sono chiamati a decidere. Senza questa base culturale il voto resta formalmente libero, ma diventa sostanzialmente fragile.
Il paradosso italiano è tutto qui. Un paese con una tradizione culturale immensa, con università antiche e una storia intellettuale che ha segnato l’Europa, oggi si trova a fare i conti con un progressivo impoverimento delle competenze di base.
Ed è un problema che non si risolve con una polemica sui social o con un talk show televisivo. Richiede tempo, scuola, formazione e soprattutto la volontà di riconoscere che il problema esiste. Perché il primo passo per affrontare una fragilità collettiva è smettere di fingere che non ci sia.
Non è mai troppo tardi.
Piero Terracina

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