
Orbene, diciamola in modo chiaro e senza fraintendimenti: l’Italia ha progressivamente liquidato una parte enorme del proprio capitale strategico e si è tenuta il debito. In cinquant’anni ha ridotto la presenza pubblica nelle banche, nella siderurgia, nelle telecomunicazioni, nelle infrastrutture e nelle grandi aziende industriali ed energetiche, senza riuscire a costruire parallelamente un capitalismo privato nazionale abbastanza forte da sostituire quello che veniva smantellato. Oggi lo Stato possiede meno, controlla direttamente meno capitale e continua a sostenere un debito pubblico che nel luglio 2026 ha raggiunto 3.205,8 miliardi di euro. Il punto non è nostalgico e neppure ideologico. È patrimoniale. Cinquant’anni fa lo Stato italiano disponeva direttamente di una parte rilevante delle leve economiche del Paese. Oggi ne possiede molte meno e deve contemporaneamente tassare, redistribuire, pagare interessi, finanziare pensioni, sanità e assistenza e rifinanziare continuamente una massa enorme di debito. Da proprietario e soggetto industriale è diventato soprattutto regolatore, distributore e debitore.
Il capitalismo pubblico italiano aveva accumulato inefficienze, debiti, occupazione partitica e distorsioni pesanti. Ma possedeva banche, acciaio, energia, telecomunicazioni, cantieristica, meccanica, trasporti e infrastrutture. Quella proprietà non rappresentava soltanto valore patrimoniale: consentiva allo Stato di indirizzare credito, investimenti e politica industriale. La trasformazione comincia prima delle grandi privatizzazioni degli anni Novanta. Nel 1981 Beniamino Andreatta, ministro del Tesoro, e Carlo Azeglio Ciampi, governatore della Banca d’Italia, realizzano il cosiddetto divorzio tra Tesoro e banca centrale, eliminando l’impegno di quest’ultima ad acquistare automaticamente i titoli di Stato rimasti invenduti. L’obiettivo dichiarato era restituire autonomia alla politica monetaria e imporre maggiore disciplina alla finanza pubblica. Negli anni successivi la trasformazione si sposta dalla moneta alla proprietà. La riforma bancaria legata ai nomi di Giuliano Amato e Guido Carli prepara la trasformazione degli istituti pubblici in società per azioni. Con Amato presidente del Consiglio IRI, ENI, ENEL e INA vengono trasformati in società per azioni; con Ciampi a Palazzo Chigi le privatizzazioni diventano uno dei punti centrali del programma economico. Nel maggio 1993 Romano Prodi torna alla presidenza dell’IRI con l’incarico esplicito di perseguire le privatizzazioni, mentre Mario Draghi, direttore generale del Tesoro dal 1991 al 2001, diventa capo del Comitato per le privatizzazioni.
L’alternanza politica non modifica la direzione. Nel 1994 il governo Berlusconi approva il decreto, poi convertito nella legge 474, che reca già nel titolo l’obiettivo di accelerare le procedure di dismissione delle partecipazioni dello Stato e degli enti pubblici. Prodi, Ciampi, D’Alema e Amato proseguiranno successivamente nel medesimo quadro. Le responsabilità individuali sono differenti e le scelte non sono sovrapponibili, ma il dato storico è netto: la riduzione del capitalismo pubblico non fu la politica occasionale di un solo governo. Divenne un orientamento attraversato da governi tecnici, centrosinistra e centrodestra. Prodi, nella sua seconda presidenza dell’IRI, portò direttamente a compimento le privatizzazioni di Credito Italiano e Banca Commerciale Italiana.
Il sistema bancario mostra meglio di qualsiasi altra filiera la portata del cambiamento. Tra il 1992 e il 2002 la quota delle attività bancarie facenti capo a istituti nei quali enti pubblici e fondazioni possedevano più della metà del capitale crollò dal 68 al 10 per cento. Oggi oltre l’80 per cento del capitale di UniCredit è detenuto da investitori professionali e la maggioranza di questi è fuori dall’Italia. La banca non ha un azionista di controllo. Intesa Sanpaolo stima nel 56,93 per cento la quota del capitale detenuta da investitori istituzionali esteri. La sede legale non cambia il dato proprietario. Qui non si discute di dove siano gli uffici, ma di chi possieda economicamente le azioni. Chi possiede capitale partecipa agli utili, vota, influenza la governance e concorre alle decisioni strategiche. E il credito resta una delle leve fondamentali attraverso le quali un sistema industriale finanzia crescita, acquisizioni e investimenti.
Anche ciò che continuiamo a chiamare capitalismo pubblico è oggi molto diverso dal passato. In ENI MEF e CDP possiedono complessivamente il 33,09 per cento; il 46,32 per cento è detenuto da investitori istituzionali. In Terna CDP Reti possiede il 29,851 per cento, mentre gli investitori istituzionali esteri superano complessivamente il 54 per cento. CDP resta invece una delle poche vere casseforti pubbliche, con l’82,77 per cento nelle mani del Ministero dell’Economia e il 17,23 per cento delle fondazioni bancarie. Il cambiamento è quindi preciso: in molte grandi imprese lo Stato è passato dalla proprietà quasi integrale alla partecipazione strategica. Può ancora esercitare controllo di fatto grazie alla dispersione dell’azionariato, ma controllare con il 23, il 30 o il 33 per cento non equivale a possedere il 100 per cento. La differenza è capitale, dividendi e patrimonio.
Il punto decisivo è ciò che questa trasformazione ha lasciato nei conti dello Stato. Il patrimonio pubblico è stato drasticamente ridotto, mentre il debito non è stato risolto. Una quota societaria può essere venduta una sola volta. L’incasso è immediato e irripetibile. Da quel momento, però, la quota patrimoniale e i relativi dividendi non appartengono più allo Stato. Il debito, invece, rimane, viene rinnovato, deve essere collocato sui mercati e continua a generare interessi. Il risultato è che oggi l’Italia dispone di meno patrimonio pubblico e deve comunque rifinanziare oltre 3.200 miliardi di passività. Questo non dimostra che le privatizzazioni abbiano creato il debito italiano. Dimostra qualcosa di più semplice: la riduzione del patrimonio non ha eliminato la fragilità finanziaria che avrebbe dovuto contribuire a correggere.
Contemporaneamente è accaduto l’esatto contrario alle famiglie. Alla fine del 2024 la loro ricchezza netta ammontava a 11.732 miliardi di euro, con 5.662 miliardi concentrati nelle sole abitazioni. È una delle contraddizioni più profonde del Paese: una società privata enormemente patrimonializzata convive con uno Stato enormemente indebitato. Ma undicimila miliardi distribuiti fra milioni di famiglie, immobili, depositi, titoli e fondi non diventano automaticamente capitale industriale nazionale. Lo Stato ha ridotto la propria proprietà senza che emergesse una struttura privata italiana di dimensioni equivalenti capace di prendere stabilmente il controllo di banche, energia, tecnologia, telecomunicazioni e grandi filiere industriali. La ricchezza è rimasta in Italia in misura enorme, ma non si è trasformata in un equivalente potere proprietario nazionale.
Nel frattempo la demografia ha reso il sistema ancora più rigido. Al 1° gennaio 2026 gli ultrasessantacinquenni erano 14,821 milioni, il 25,1 per cento della popolazione, mentre la fascia tra 15 e 64 anni era scesa al 63,2 per cento. L’Italia è il Paese dell’Unione europea con la maggiore incidenza di over 65. Questo significa una domanda strutturalmente crescente di pensioni, sanità e assistenza finanziata da una popolazione attiva relativamente più piccola. Ed è qui che la trasformazione dello Stato assume il suo significato più evidente: proprio mentre diminuiva la sua consistenza patrimoniale, aumentavano gli obblighi che avrebbe dovuto finanziare. Sempre meno proprietario, sempre più distributore. Incassa, trasferisce, paga pensioni, finanzia sanità e assistenza, corrisponde interessi e rinnova titoli in scadenza.
Il confronto europeo serve a capire che l’apertura dei mercati non imponeva necessariamente la rinuncia alla proprietà strategica. La Francia mantiene oggi nel perimetro dell’Agence des participations de l’État 87 imprese, con un portafoglio stimato in 209,1 miliardi di euro al giugno 2025, presente in aeronautica, difesa, energia e trasporti. La Germania contava alla fine del 2024 119 partecipazioni federali dirette e 320 partecipazioni indirette rilevanti; in 57 società operative di diritto privato la Federazione possedeva oltre il 50 per cento. La Gran Bretagna ha privatizzato radicalmente, ma mantiene la sterlina e una Bank of England interamente posseduta dal governo britannico, pur indipendente nell’esercizio delle proprie responsabilità monetarie. Sono modelli diversi. Il punto comune è che proprietà pubblica, controllo strategico e mercato non sono stati trattati come concetti necessariamente incompatibili.
L’Italia ha invece concentrato nello stesso arco storico la privatizzazione quasi totale del vecchio sistema bancario pubblico, la liquidazione dell’IRI, la perdita di gran parte della siderurgia pubblica, la privatizzazione delle telecomunicazioni e di importanti infrastrutture, la riduzione della proprietà statale nei grandi gruppi strategici e il trasferimento della politica monetaria nell’Eurosistema. Successivamente ha dovuto rafforzare strumenti come la Golden Power proprio per impedire che ulteriori attività considerate strategiche passassero fuori da un controllo ritenuto compatibile con l’interesse nazionale. La contraddizione è difficilmente eliminabile: prima si riduce la proprietà, poi si constata che la proprietà determina potere, infine si cerca di recuperare attraverso la regolazione una parte della capacità di intervento che prima derivava direttamente dal capitale.
È su questo risultato che va letta la stagione politica legata ai nomi di Andreatta, Ciampi, Amato, Carli, Prodi, Draghi, Dini, Berlusconi, D’Alema e dei governi che hanno proseguito quella trasformazione. Non fecero tutti le stesse cose e non ebbero responsabilità identiche. Il dato comune è la progressiva accettazione di un modello nel quale lo Stato avrebbe posseduto meno, mentre il mercato e la regolazione avrebbero dovuto sostituire una parte della capacità esercitata in precedenza attraverso la proprietà. Dopo decenni il risultato è misurabile: meno patrimonio pubblico, capitale delle maggiori imprese molto più internazionalizzato, un sistema bancario privo del vecchio nucleo proprietario pubblico, oltre tremila miliardi di debito, una popolazione sempre più anziana e uno Stato chiamato a garantire sempre più prestazioni disponendo di meno leve proprietarie.
L’Italia non ha semplicemente venduto aziende. Ha liquidato una parte degli strumenti con cui uno Stato esercita potere economico senza liberarsi delle passività che quelle dismissioni avrebbero dovuto contribuire a ridurre. Il patrimonio è diminuito, il capitale nazionale si è indebolito, gli obblighi sociali sono aumentati. Abbiamo venduto ciò che produceva potere e conservato ciò che produce interessi. Abbiamo ridotto gli strumenti con cui decidere e aumentato i vincoli con cui pagare. Il conto non verrà presentato a chi prese quelle decisioni, ma a chi verrà dopo. Ai nostri figli resteranno meno patrimonio pubblico, meno margini di manovra e un debito che non hanno contratto.
Abbiamo consumato il loro futuro per finanziare il nostro presente.
Piero Terracina

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