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Israele: un governo fragile e carico di aspettative. Ma finisce un’era

La fragilità nasce non solo dalla debolissima maggioranza ma anche dalla eterogeneità delle sue componenti. Ma è un governo su cui si appuntano anche molte aspettative.

di Valentino Baldacci | 21 Giugno 2021
English: Dovereconomy di Wikipedia in ebraico, The Spokesperson of The Ministry of EconomyDovereconomy di Wikipedia in ebraico, Public domain, attraverso Wikimedia Commons

Quello che ha giurato davanti alla Knesset si presenta come uno dei governi israeliani più fragili della storia del Paese e al tempo stesso più carico di aspettative. La fragilità nasce non solo dalla debolissima maggioranza ma anche dalla eterogeneità delle sue componenti. Ma è un governo su cui si appuntano anche molte aspettative che non sono solo legate alla conclusione (ma sarà definitiva?) della lunga era Netanyahu.

Per chiarire quale è forse la maggiore delle aspettative si possono riportare le parole pronunciate – in un’intervista rilasciata a Sharon Nizza e pubblicata su la Repubblica dell’11 giugno – da Mansour Abbas, il leader di Ra’am, il partito islamico che, per la prima volta nella storia di Israele, sostiene il governo: «Possiamo scegliere se rimanere arroccati nell’ostilità o guardare al futuro. L’obiettivo è quello della convivenza». Sono parole che valgono non solo per la minoranza araba ma anche per la maggioranza ebraica che è chiamata a esprimersi con chiarezza sulla piena legittimità della presenza di cittadini israeliani di etnia araba. Non sono scelte facile e di nuovo lo stesso Abbas le ha messe in evidenza quando ha detto: «Dobbiamo giostrarci tra la nostra identità di arabi palestinesi e di cittadini dello Stato d’Israele». È positivo che proprio il leader di un partito arabo abbia posto con chiarezza il problema che si manifesta tutte le volte che la nazionalità non coincide con la cittadinanza. Non è un problema di facile soluzione, affidata soltanto alla buona volontà o alle dichiarazioni d’intenti. Però è positivo che sia stato posto con la chiarezza necessaria, premessa per soluzioni realistiche.

Se il ristabilimento della convivenza tra maggioranza ebraica e minoranza araba è il primo compito del nuovo governo, altri potrebbe averne, proprio come segnale della discontinuità con l’era Netanyahu. Uno di questi è la laicità dello Stato. Bisogna essere chiari: il problema della laicità si pone in Israele in modo del tutto diverso da come si è posto nelle società europee e in particolare negli Stati di tradizione cattolica. In questi ultimi la laicità ha significato combattere contro le posizioni della Chiesa che voleva mantenere le proprie pretese temporalistiche e svincolare lo Stato dalla sua tutela. Ciò è avvenuto in misura maggiore o minore a seconda dei vari Stati ma lo stesso regime concordatario parte dal presupposto della laicità dello Stato. In Israele il problema si pone in maniera del tutto diversa: il sionismo, nato come movimento laico, si è trovato di fronte non una Chiesa ostile ma una tradizione biblica nella quale, almeno a livello simbolico, lo stesso sionismo si riconosceva. Questa specificità, che si ritrova anche nel nome stesso di Israele, ha dato luogo a uno Stato che è fondamentalmente laico ma che era stato pensato per cittadini non solo di etnia ma anche di religione ebraica, dove i due aspetti non sono distinguibili sulla base dei criteri della tradizione cristiana. In realtà Israele deve oggi fare i conti con la presenza non solo di una rilevante presenza arabo-islamica e di una cristiana significativa anche se ridotta ma, soprattutto, con la crescente laicizzazione della società.

Questa crescente laicizzazione – che va di pari passo con il suo fenomeno opposto, la dilagante presenza degli haredim, degli ultraortodossi – pone problemi non insormontabili ma molto sensibili proprio perché riguardano la vita quotidiana dei cittadini e alcuni momenti fondamentali della loro esistenza: il rispetto dello Shabbath, quello della Kasheruth e, in maniera particolare, la disciplina del matrimonio. Per quest’ultimo caso la situazione è ormai paradossale: lo Stato riconosce soltanto il matrimonio celebrato secondo i riti ebraico, islamico e cristiano, mentre non esiste il matrimonio civile; allo stesso tempo secondo un recente sondaggio più del 70% dei cittadini israeliani ne vorrebbe l’introduzione. Sembrerebbe una riforma ormai matura ma c’è da dubitare che questo governo – dove sono presenti partiti non solo di destra e di sinistra ma anche laici e religiosi – voglia rischiare la crisi su argomenti così delicati e divisivi.

Valentino Baldacci   (www.vocerepubblicana.it)

Pubblicato in : #Pensalibero24Tag: chiesa, conti, convivenza, crisi, futuro, governo, la repubblica, Laici, laicità, movimento, nato, nuovo governo, regime, religione, repubblica, soluzione

Info Valentino Baldacci

Valentino Baldacci ha insegnato nella Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” dell’Università di Firenze. È autore di numerose pubblicazioni, fra le quali: Liberalismo e liberismo, liberalismo e borghesia nel pensiero di Piero Gobetti (1963); Estremismo e catastrofismo in Franco Rodano (1964); Il calcio come ideologia (1970, con Gerhard Vinnai); Pinocchio e la sua immagine (1981, con Andrea Rauch); L’”Encyclopédie” nella Toscana del ‘700: successi e fallimenti di progetti editoriali (1985); II 18 aprile 1948: la campagna di Toscana (1988); Filippo Stecchi. Un editore fiorentino del Settecento fra riformismo e rivoluzione (1989); II lampione e la lanterna: una chiacchiera sulla satira politica nella Toscana del Risorgimento (1993); La satira politica nella Toscana del Risorgimento – Periodici 1848/1860 (1993); Pietro Leopoldo, un grande riformatore (2000); Il sistema dei beni culturali in Italia – Valorizzazione, progettazione e comunicazione culturale (2004); Gli itinerari culturali – Progettazione e comunicazione (2006); Guadagnarsi il pane. Luoghi e tempi del lavoro in Toscana tra ‘800 e ‘900 (2008, con Zeffiro Ciuffoletti); La Toscana nell’età del Risorgimento (2010 – con Cosimo Ceccuti); Ernesto Nathan, Paolo Orano e l’antisemitismo in Italia (2012); Giovanni Spadolini: la questione ebraica e lo Stato d’Israele. Una lunga coerenza (2013); Tre diverse concezioni del patrimonio culturale (2014).

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