
Orbene, la partita di Risiko trumpiana con Israele procede spedita. Tuttavia sono sempre più convinto che Israele oggi si trova in una posizione estremamente delicata e scomoda. Da una parte c’è una volontà politica e militare molto chiara: chiudere definitivamente la partita con l’Iran e con il sistema di proxy che Teheran ha costruito negli ultimi decenni tra Hezbollah, milizie sciite e reti regionali. Dall’altra parte questa strategia si intreccia sempre di più con gli interessi globali degli Stati Uniti.
Il nodo da districare nasce da un fatto evidente: Trump non ragiona come un alleato regionale che deve garantire la stabilità di Israele. Ragiona come il presidente della principale potenza economica e militare del pianeta. Il suo obiettivo non è risolvere il conflitto mediorientale. Il suo obiettivo è ridisegnare gli equilibri strategici che ruotano attorno al Golfo Persico, alle rotte petrolifere e al controllo dei flussi energetici globali.
In questo quadro Israele rischia di trovarsi in una posizione estremamente scomoda. Combatte una battaglia che considera esistenziale contro l’Iran e contro l’intero sistema di forze che Teheran ha costruito nella regione, ma quella stessa guerra diventa anche uno strumento dentro una partita molto più grande.
Trump sta sfruttando la volontà israeliana di chiudere definitivamente il confronto con l’Iran per rimettere gli Stati Uniti al centro degli equilibri energetici globali. Il cuore della questione non è soltanto la sicurezza israeliana. Il vero baricentro è il controllo delle rotte petrolifere del Golfo e il ruolo degli Stati Uniti nella gestione del mercato energetico mondiale.
Qualsiasi scelta venga fatta, persino l’eventuale disarmo nucleare iraniano, non nasce per fare un favore a Israele. Nasce da una logica molto più fredda: ridurre la capacità energetica di Teheran, controllare i passaggi strategici del petrolio e riportare Washington al centro del sistema energetico globale.
Il problema è che questa strategia, più che lungimirante, appare per molti aspetti miope e potenzialmente fallimentare. Pensare di stabilizzare il Medio Oriente aumentando la pressione militare e portando lo scontro su scala più ampia è una ricetta già vista nella storia recente. Afghanistan, Iraq e Siria hanno dimostrato quanto sia facile aprire un conflitto e quanto sia difficile controllarne le conseguenze.
Trump sembra muoversi ancora dentro una logica geopolitica che appartiene a un altro tempo. Un mondo dominato quasi esclusivamente dal petrolio, dove bastava controllare le rotte energetiche per determinare gli equilibri globali. Ma il mondo di oggi è molto più complesso. Le economie si stanno trasformando, le fonti energetiche si stanno diversificando e le crisi regionali si propagano immediatamente su scala planetaria.
Il rischio concreto è che questa strategia non produca né sicurezza per Israele né stabilità per il Medio Oriente, ma soltanto un aumento permanente della tensione globale. In quel caso il risultato non sarebbe una vittoria strategica americana, ma l’ennesimo conflitto lungo, costoso e senza una vera uscita politica.
E la storia recente insegna che quando si imbocca quella strada, tornare indietro diventa sempre più difficile.
Nel frattempo, è storia di ieri: Inghilterra e l’intera UE hanno risposto picche alla richiesta di inviare navi da guerra per garantire il passaggio del greggio dallo stretto di Hormuz.
Annotiamo e osserviamo gli eventi, non possiamo fare altro.
Non è Risiko, ma poco ci manca.
Piero Terracina

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