
Ci si dimentica troppo spesso che Israele non si trova in Scandinavia né nell’Europa post-storica convinta che ogni conflitto possa essere dissolto attraverso la retorica terapeutica del dialogo permanente.
Si trova in Medio Oriente: uno spazio geopolitico in cui la percezione della forza conta quanto, e talvolta più, della forza stessa, e dove ogni esitazione viene letta come vulnerabilità strutturale.
In quell’area del mondo la deterrenza non è un accessorio ideologico ma una grammatica della sopravvivenza.
Chi appare fragile perde immediatamente credibilità strategica; e nel Medio Oriente la perdita di credibilità produce conseguenze concrete, non dibattiti accademici. È una regione costruita storicamente su equilibri di potenza, appartenenze tribali, memorie di guerra, umiliazioni simboliche e rapporti di forza continuamente ridefiniti.
Per questo molte letture occidentali di Israele risultano profondamente ingenue: giudicano uno Stato levantino con categorie morali elaborate dentro società protette dall’ombrello geopolitico americano e da ottant’anni di relativa stabilità interna. Ma nel contesto mediorientale l’idea stessa di “debolezza etica” viene spesso interpretata come incapacità di difendere sé stessi.
Ed è interessante osservare come, dietro la teatralità propagandistica delle piazze occidentali, una parte significativa del mondo arabo sunnita guardi oggi a Israele con crescente pragmatismo. Non necessariamente con simpatia ideologica, ma con rispetto strategico.
Per molti regimi sunniti, Israele rappresenta infatti un modello di efficienza tecnologica, capacità militare, intelligence, controllo territoriale e contenimento dell’espansionismo iraniano.
In questo senso Israele sta progressivamente assumendo il ruolo di potenza di riferimento regionale: non amata sentimentalmente, ma riconosciuta come interlocutore necessario dentro un Medio Oriente che sta entrando in una fase sempre più post-ideologica e brutalmente realista.
David Pacifici

Lascia un commento