
Permettetemi un piccolo sfogo. Scrivere di geopolitica non è semplice, soprattutto quando si cerca di mantenere lucidità in mezzo a propaganda, tifoserie ideologiche e operazioni mediatiche costruite scientificamente. Personalmente faccio enorme fatica a considerare realtà come i Fratelli Musulmani semplici “movimenti politici” o “attivisti umanitari”. Parliamo di una struttura ideologica islamista che da decenni alimenta reti di influenza, destabilizzazione e guerra ibrida in mezzo mondo, spesso utilizzando ONG, campagne mediatiche e iniziative apparentemente civili come strumenti di pressione politica contro Israele e, più in generale, contro l’Occidente.
Le cosiddette flottiglie nascono dentro questo schema. Non spostano nulla sul piano militare o strategico, ma servono a costruire immagini, reazioni emotive, polarizzazione e consenso propagandistico. Attorno a queste operazioni finiscono spesso personaggi ideologizzati, utili idioti o semplicemente persone che ignorano completamente il contesto geopolitico nel quale vengono utilizzate. Il problema è che Israele, pur avendo pieno diritto a difendersi dopo quarant’anni di terrorismo, proxy war e minacce continue, non può permettersi di reagire in modo impulsivo o mediaticamente mal gestito. Perché oggi ogni errore comunicativo viene immediatamente amplificato contro di lui da un ecosistema internazionale già largamente ostile.
Ed è proprio qui che si gioca la vera partita: non soltanto sul terreno militare, ma sulla capacità di non cadere nelle provocazioni costruite apposta per incendiare l’opinione pubblica occidentale e isolare ulteriormente Israele sul piano diplomatico.
Israele, come qualsiasi democrazia reale, ha al proprio interno falchi e colombe, pragmatici e ideologi, moderati e radicali. È sempre stato così e probabilmente sarà sempre così. Ma spesso dall’esterno si dimentica un elemento fondamentale: qualunque governo israeliano, di destra o di sinistra, deve comunque dare una risposta ad una popolazione esasperata da oltre quarant’anni di attentati, razzi, guerre dei proxy, accoltellamenti, autobombe e minacce continue alla propria esistenza quotidiana.
Vivere sapendo che un figlio può finire sotto un missile, che una fermata dell’autobus può esplodere o che metà paese debba correre nei bunker ogni pochi mesi inevitabilmente cambia il modo di percepire sicurezza, politica e compromesso. Per questo trovare una quadra tra sicurezza, sopravvivenza, diplomazia e consenso internazionale è infinitamente più difficile di quanto venga raccontato nei salotti occidentali o nei social trasformati in curve da stadio.
Piero Terracina

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