
L’Italia cresce dello 0,6%, ma il dato rischia di assomigliare più a un sollievo momentaneo che a un vero segnale di ripartenza strutturale. La Commissione europea, infatti, ha contemporaneamente ridotto le stime di crescita per il nostro Paese, prevedendo per il 2026 un aumento del Pil limitato allo 0,5% e indicando un quadro generale sempre più fragile tra caro energia, inflazione, debito pubblico e rallentamento produttivo. È dentro questa cornice che acquistano particolare interesse due letture diverse ma, per certi aspetti, complementari: il duro post pubblicato su Facebook da Enrico Rossi, ex presidente della Regione Toscana ed esponente storico del Pd, e l’analisi economica di Salvatore Rondello pubblicata oggi su Pensalibero.it. Rossi punta soprattutto il dito contro il governo Meloni, accusandolo di mancanza di strategia, di eccessiva attenzione alla propaganda e di incapacità nel fronteggiare le vere emergenze strutturali del Paese: denatalità, impoverimento progressivo del ceto medio, stagnazione economica e crisi del welfare. Rondello, invece, sviluppa una analisi più tecnica e dettagliata, soffermandosi sugli effetti geopolitici del conflitto mediorientale, sul peso del debito italiano e sui rischi legati all’aumento dell’inflazione e dei tassi europei. Due approcci differenti, ma che finiscono entrambi per descrivere un’Italia sempre più fragile.
Il problema è che Rossi, pur cogliendo alcuni nodi reali, sembra dimenticare che l’attuale situazione economica italiana non nasce con il governo Meloni. La stagnazione italiana dura ormai da almeno vent’anni e attraversa governi di centrodestra, centrosinistra, tecnici e populisti. Il dato ricordato dall’ex governatore toscano – la crescita reale italiana praticamente ferma rispetto agli altri grandi Paesi europei – è certamente corretto, ma riguarda un ciclo storico molto più ampio dell’attuale esecutivo. E soprattutto Rossi ammette implicitamente un’altra verità politica che oggi pesa enormemente sul centrosinistra: l’assenza di un progetto alternativo credibile. Quando scrive che anche Pd, Cinque Stelle e Avs non riescono ancora a proporre riforme strutturali vere, fiscali e produttive, Rossi fotografa una crisi più generale della politica italiana. Il centrosinistra continua a denunciare le debolezze del governo, ma fatica enormemente a costruire una proposta organica capace di parlare contemporaneamente a imprese, lavoratori, giovani e ceti produttivi. È qui che la critica al governo rischia di perdere efficacia. Perché gli italiani percepiscono certamente il peggioramento delle proprie condizioni economiche, ma non intravedono ancora una alternativa politica realmente convincente.
L’analisi di Rondello aggiunge poi un elemento fondamentale: la dimensione internazionale della crisi. Le nuove stime europee non colpiscono soltanto l’Italia. È l’intera Eurozona a rallentare, schiacciata dagli effetti del conflitto in Medio Oriente, dall’aumento dei costi energetici e dalle tensioni commerciali globali. L’Italia però paga più degli altri la sua storica fragilità strutturale: debito elevatissimo, bassa produttività, crescita demografica negativa e dipendenza energetica. Bruxelles prevede addirittura che nel 2027 il nostro Paese possa superare la Grecia diventando lo Stato più indebitato dell’Unione europea. Un dato politicamente pesantissimo. Rondello sottolinea giustamente anche la contraddizione italiana più pericolosa: cresce l’occupazione, ma non cresce la produttività. È il segnale di una economia che crea lavoro povero, precario o scarsamente innovativo, incapace di generare reale ricchezza strutturale. E qui emerge un altro nodo che nessun governo degli ultimi vent’anni ha realmente affrontato: la trasformazione del modello produttivo italiano in un mondo globalizzato e tecnologicamente rivoluzionato.
La verità è che l’Italia oggi appare sospesa tra due rischi. Da una parte la propaganda governativa che tende spesso a enfatizzare i dati positivi senza affrontare fino in fondo le debolezze strutturali del Paese. Dall’altra una opposizione che denuncia correttamente molti problemi ma che non riesce ancora a trasformare l’analisi critica in una proposta di governo alternativa credibile. Nel frattempo il tempo scorre. La crisi demografica avanza, il debito cresce, i salari reali si impoveriscono e il welfare pubblico entra progressivamente sotto pressione. Non basta allora discutere soltanto di legge elettorale, di scontri parlamentari o di polemiche quotidiane. L’Italia avrebbe bisogno di una grande riflessione nazionale sul proprio modello economico e sociale nei prossimi vent’anni. Perché i numeri diffusi oggi da Bruxelles e dall’Istat non parlano soltanto di economia. Parlano del rischio concreto di un lento declino strutturale del Paese. Ed è forse questo, più ancora dello 0,5 o dello 0,6 di crescita, il dato che dovrebbe davvero preoccupare la politica italiana.
Cesare Mannucci

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