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Israele-Hamas: tra guerra, fake news e polarizzazione

La Striscia di Gaza resta sigillata, mentre in Occidente preoccupa la disinformazione dilagante su un conflitto che rischia di spaccare ulteriormente la comunità internazionale.

di Istituto Ispi | 17 Ottobre 2023

Non c’è per il momento un cessate il fuoco, né l’ingresso a Gaza di aiuti umanitari in cambio della fuoriuscita di cittadini stranieri”: dopo ore di confusione, l’ufficio del premier israeliano Benjamin Netanyahu ha smentito la notizia di una riapertura del valico di Rafah, al confine tra Egitto e Striscia di Gaza. I palestinesi dell’enclave sono dunque ancora tutti all’interno del territorio in cui – nel corso del fine settimana – è proseguito incessante l’esodo verso il sud della Striscia. L’offensiva di terra, annunciata dall’esercito israeliano e data per imminente da molti osservatori, ancora non c’è stata e, dietro forti pressioni americane, il governo di Tel Aviv ha riattivato la fornitura d’acqua nella Striscia, dopo due giorni di sospensione. Intanto, il bilancio dei raid – sferrati all’indomani del brutale attacco di Hamas in territorio israeliano e costato la vita a oltre 1400 persone – è salito ad almeno 2750 palestinesi uccisi e più di 9mila feriti. Anche il bilancio degli ostaggi nelle mani di Hamas è stato aggiornato: sarebbero 199 e non circa 150, come finora si credeva, le persone sequestrate dai combattenti islamisti e portate nel territorio palestinese. Sul fronte politico il segretario di Stato americano Antony Blinken è tornato oggi in Israele – dopo un tour nei paesi arabi alleati – nell’ambito di una delicata missione diplomatica, finalizzata a tutelare la popolazione civile ed evitare che la guerra tra Hamas e Israele infiammi l’intera regione. Nel corso di un’intervista alla Cbs, il presidente statunitense Joe Biden ha avvertito che una nuova occupazione israeliana della Striscia di Gaza sarebbe un “grave errore”. 

Escalation al confine col Libano?

E che il timore di un allargamento del conflitto sia più che reale, lo dimostra la decisione del governo israeliano di evacuare i residenti dei territori nel nord del paese, entro 2 chilometri dal confine con il Libano. L’ordine segue il perdurare di scontri a fuoco con le milizie sciite di Hezbollah nel sud del Libano. Il piano prevede l’evacuazione di 28 insediamenti, i cui residenti verranno trasferiti in pensioni sovvenzionate dallo stato. Ieri anche i militari della missione Onu in Libano (Unifil) hanno fatto sapere che il loro quartier generale nella città meridionale di Naqoura è stato colpito da un razzo durante scontri al confine. Non sono stati segnalati feriti. Due giorni fa invece un giornalista della Reuters, Issam Abdallah è rimasto ucciso da un colpo di artiglieria israeliano vicino al villaggio di Alma al Shaab. Altri sei colleghi – reporter delle testate internazionali Al Jazeera, Agence France Presse e Reuters – che si trovavano sul posto per seguire gli scontri al confine, sono rimasti feriti nell’esplosione. Il sindacato dei giornalisti palestinesi ha reso noto che dall’inizio dei bombardamenti sulla Striscia di Gaza, sono 11 i reporter palestinesi uccisi. 

Guerra alle fake news? 

Mentre la tensione resta altissima e le cancellerie tentano di disinnescare l’escalation, c’è un altro fronte che attira l’attenzione degli esperti: è quello della disinformazione sul web e le piattaforme social che diffondono contenuti falsi o manipolati relativi al conflitto. Tra immagini di videogiochi rilanciate come fossero attacchi missilistici e false notizie – come quella secondo cui l’Ucraina avrebbe venduto armi arrivate dall’Occidente ad Hamas e altro ancora – il fenomeno ha assunto proporzioni allarmanti, con un’esplosione di circa 100 volte superiore nel numero di contenuti falsi sul conflitto, divenuti virali.  Dopo il richiamo all’ordine dell’Unione Europea, TikTok ha dichiarato di aver cancellato più di 500mila video e 8mile live streaming mentre anche X (ex Twitter) e Meta sono sotto indagine. “Le bugie online sono alle stelle, suscitando reazioni intense in più fusi orari, con enormi implicazioni globali e sociali”, osserva sul Financial Times Jean-Claude Goldenstein, amministratore delegato del gruppo di business intelligence CREOpoint secondo cui, per portata e diffusione, il fenomeno “non ha precedenti”. Gli esperti esprimono preoccupazione anche riguardo all’uso delle piattaforme per incoraggiare la violenza e le minacce. Venerdì, il procuratore generale di New York Letitia James ha chiesto a Google, Meta, X, TikTok, Reddit e alla piattaforma video Rumble quali misure avessero intrapreso per fermare la diffusione di contenuti “che incitano all’odio che incoraggiano la violenza contro persone e istituzioni ebraiche e musulmane”.  

Occidente e Sud del mondo divisi sulla Palestina? 

Con il passare dei giorni, il conflitto tra Israele e Hamas sta rivelando tutto il suo potenziale ‘divisivo’ anche in una comunità internazionale mai così polarizzata. Se l’attacco del 7 ottobre da parte dei miliziani islamisti aveva suscitato un’ondata di indignazione e ampio sostegno nei confronti di Israele, ora la risposta di Tel Aviv sulla Striscia di Gaza rischia di alienare in parte quel supporto. Come già in occasione dell’invasione russa in Ucraina, diversi paesi non intendono ‘schierarsi’ a favore dell’uno o dell’altro contendente e, nel condannare ogni forma di violenza, chiedono che si arrivi ad un cessate-il-fuoco. Così, ad esempio, il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, ha detto che Israele “sta andando oltre” a Gaza, e ha chiesto di “fermare la punizione collettiva” contro i palestinesi. Una posizione simile a quella espressa da Mosca per cui “i colloqui su una soluzione a due Stati sono l’unica via da seguire per garantire la coesistenza pacifica”. Mentre molti paesi arabi hanno espresso sostegno, anche solo formale per i palestinesi, Stati Uniti, Unione Europea, Regno Unito, India, Australia e Canada hanno ribadito che “Israele ha il diritto di difendersi” correggendo il tiro solo in seconda battuta, aggiungendo che “le vite dei civili vanno tutelate”. Una linea che ha alimentato la sensazione che la sofferenza israeliana abbia avuto un peso maggiore rispetto a quella dei palestinesi. E già riaffiora l’accusa di “doppi standard” spesso utilizzata in passato per criticare un’indignazione ritenuta selettiva a seconda di chi ne facesse le spese. Con il rischio che la questione palestinese – improvvisamente tornata sotto i riflettori – contribuisca a tracciare un nuovo solco tra il ‘blocco occidentale’ e la massa critica del cosiddetto ‘Sud Globale’. 

Il commento

di Mattia Serra, Osservatorio MENA, ISPI 

“A dieci giorni dall’attacco di Hamas, Gaza rimane in un limbo. Se un’operazione israeliana di terra sembra sempre più vicina, è evidente che l’esecutivo israeliano sta avendo difficoltà a definire gli obbiettivi di tale manovra militare. Su questo punto sembrano concentrarsi gli sforzi degli Stati Uniti, interessati a evitare che l’operazione israeliana porti a una nuova occupazione di Gaza, con i costi umanitari e politici che ne conseguirebbero. Netanyahu sembra stretto tra chi nel suo governo vorrebbe subito una risposta assertiva e chi tra gli alleati solleva dubbi circa le conseguenze di tale operazione”. 

A cura della redazione di  ISPI Online Publications

Pubblicato in : Editoriale, EsteriTag: amministratore delegato, comunità internazionale, costi, dichiarato, financial times, fine settimana, governo, india, manovra, massa, misure, mondo, notizia, pensioni, persone, scontri, soluzione, sostegno, stati uniti, unione europea

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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