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Iran-USA: negoziati e tamburi di guerra

Parole concilianti, ma niente di più. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, al termine del secondo round di negoziati con gli USA di questa settimana, aveva parlato di “buoni sviluppi”, ma nessun effettivo progresso sembra essere all’orizzonte. Al contrario, stando alle ultime indiscrezioni di stampa, l’attacco americano all’Iran – minacciato a più riprese da Donald Trump – sembra essere ormai questione non di se, ma di quando. “Forse faremo un accordo” e “lo scopriremo nei prossimi 10 giorni“, ha dichiarato oggi Trump parlando alla prima riunione del Board of Peace a Washington. Per poi precisare: “Dobbiamo raggiungere un accordo significativo, altrimenti accadranno cose brutte“.

di Istituto Ispi | 20 Febbraio 2026

di Francesco Petronella*

Parole concilianti, ma niente di più. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, al termine del secondo round di negoziati con gli USA di questa settimana, aveva parlato di “buoni sviluppi”, ma nessun effettivo progresso sembra essere all’orizzonte. Al contrario, stando alle ultime indiscrezioni di stampa, l’attacco americano all’Iran – minacciato a più riprese da Donald Trump – sembra essere ormai questione non di se, ma di quando. “Forse faremo un accordo” e “lo scopriremo nei prossimi 10 giorni“, ha dichiarato oggi Trump parlando alla prima riunione del Board of Peace a Washington. Per poi precisare: “Dobbiamo raggiungere un accordo significativo, altrimenti accadranno cose brutte“. Stando a quanto riferisce il sito di informazione Axios, che solitamente utilizza fonti ben piazzate tra i ranghi dell’amministrazione USA, il paese è “più vicino a una guerra su larga scala in Medio Oriente di quanto la maggior parte degli americani pensi”. Un conflitto che, prosegue l’indiscrezione, potrebbe “iniziare molto presto”. Diversi osservatori ipotizzano che, dall’altro lato della barricata, le autorità di Teheran stiano erroneamente sottovalutando la situazione, illudendosi di poter fare melina tramite i negoziati e, in questo modo, tenere sotto controllo la controparte americana e rimandare sine die l’attacco al cuore della Repubblica Islamica. Al netto di ciò che si muove dietro le quinte, non ci sono dubbi sul fatto che le forze armate USA stanno aumentando la pressione attorno all’Iran, mentre Israele si prepara a fare la sua parte, forte dell’appoggio statunitense, in quella che le fonti di Axios preannunciano come una campagna massiccia, della durata di settimane, che assomiglierebbe più a una guerra vera e propria rispetto all’operazione mirata del mese scorso in Venezuela.

Teheran scherza col fuoco?

La resa dei conti, scrive il New York Times citando fonti del Pentagono, potrebbe arrivare già in questo fine settimana. La super-portaerei USS Gerald R. Ford, appena tornata dai Caraibi – dove era schierata per fare pressione sul governo venezuelano di Nicolàs Maduro (esfiltrato dagli USA a gennaio) – nella giornata di mercoledì si stava avvicinando a Gibilterra con l’obiettivo di raggiungere la portaerei USS Abraham Lincoln nella regione. Si ipotizza che la USS Ford arriverà per la fine di questa settimana al largo delle coste di Israele, dove potrebbe fermarsi per proteggere Tel Aviv e le altre città del Paese da un eventuale contrattacco dell’Iran. Quella in atto, concordano diverse fonti internazionali, è la più grossa concentrazione di forze aeree USA dall’invasione dell’Iraq nel 2003. Funzionari della difesa israeliani, citati dal quotidiano Haaretz, concordano sul fatto che la probabilità di un attacco statunitense all’Iran è sensibilmente aumentata nelle ultime 24 ore, in seguito all’ultimo ciclo di colloqui tra Washington e Teheran. D’altra parte, come evidenzia un’analisi di Foreign Policy, Teheran “pensa di avere i negoziati con gli Stati Uniti sotto controllo, ma le conseguenze potrebbero essere catastrofiche”.

Attacco decisivo?

Nella serata di mercoledì, alla vigilia del primo incontro del suo Board of Peace, Trump ha convocato nella Situation Room della Casa Bianca i suoi principali consiglieri, per un incontro incentrato sul dossier Iran. Al tavolo, gli onnipresenti Jared Kushner e Steve Witkoff, oltre al Segretario di Stato Marco Rubio e altri alti funzionari. Secondo quanto riferisce la CNN, citando fonti vicine all’amministrazione, le forze statunitensi sono effettivamente pronte ad attaccare l’Iran già questo fine settimana, ma Trump non ha ancora preso una decisione definitiva in merito. Fino a questo momento, secondo quanto si apprende, il Tycoon newyorchese non ha dato il via libera all’operazione contro Teheran per vari motivi, ma per uno in particolare: l’inquilino della Casa Bianca auspica un intervento risolutivo, che porti cioè a risultati concreti e misurabili, non un’operazione scenografica ma non decisiva. A giugno 2025, dopo quella che lo stesso Trump aveva ribattezzato Guerra dei 12 Giorni, il presidente americano aveva rivendicato l’operazione come un successo personale, che aveva consentito di “obliterare” il programma nucleare iraniano. Eppure, a distanza di quasi un anno, è del tutto evidente che il nucleare resta uno dei temi principali della discussione tra Washington e Teheran.

Uomo di pace o di guerra?

Quella che, stando alle poche informazioni disponibili, si preannuncia come una campagna congiunta USA-Israele, avrebbe certamente una portata molto più ampia dell’ultima operazione e – soprattutto – punterebbe a creare una minaccia esistenziale per il regime, favorendone in ultima istanza il crollo dalle fondamenta. La Repubblica Islamica, assicurano le autorità di Teheran, risponderebbe minacciando i traffici nel Golfo tramite lo Stretto di Hormuz e colpendo USA e alleati nella regione (come già visto durante la guerra di giugno 2025). Inoltre, se in qualche modo il regime guidato da Ali Khamenei dovesse reggere l’urto iniziale dell’attacco, questo potrebbe innescare un effetto boomerang per Washington: un paese diviso politicamente e dilaniato dalla repressione degli ultimi due mesi potrebbe finire per stringersi intorno alla bandiera e serrare i ranghi attorno al regime, per quanto odiato, di fronte alla minaccia esterna. Una guerra del genere, sottolinea ancora Axios, avrebbe un impatto drammatico sull’intera regione e implicazioni importanti per i restanti tre anni della presidenza Trump, salito al potere criticando aspramente le “endless wars”, l’interventismo americano nel mondo, in generale, e in Medio Oriente in particolare. Un attacco all’Iran, dagli esiti imprevedibili, rischia di pregiudicare la strategia di lungo termine americana nella regione, che resta improntata a un disimpegno o – quantomeno – a una razionalizzazione delle forze. Lo dimostra la notizia, riportata dal Wall Street Journal, dell’imminente ritiro di tutti i militari americani dalla Siria, teatro in cui hanno operato per più di dieci anni. Ciononostante, nelle ore in cui si riunisce il “Consiglio di pace” – convocato non a caso presso il Donald J Trump Institute of Peace – risuonano invece i tamburi di guerra.

Il commento

Di Luigi Toninelli, ISPI MENA Centre

“Il principale ostacolo nei negoziati in corso è il tempo. La tattica dilatoria di Teheran si scontra con l’approccio di Trump, che punta a risultati immediati. L’Iran non sembra cogliere quanto il contesto negoziale sia cambiato rispetto a quello che nel 2015 condusse al JCPOA e conta sul fatto che, alla fine, la diplomazia farà il suo corso. Questo eccesso di fiducia rischia di trasformarsi in un boomerang per Teheran, come già accaduto a giugno 2025. All’epoca il nucleare era ancora una leva negoziale rilevante: oggi non più. Anche la rete di alleanze regionali ha perso gran parte della sua efficacia. Teheran dovrebbe mostrarsi pronta a fare concessioni su entrambi i dossier, quantomeno per tentare di salvare il programma missilistico. Tuttavia, il tempo scorre e una parte significativa della leadership iraniana appare ancora ancorata a un paradigma negoziale ormai superato. Al contempo, il coinvolgimento di Ali Larijani, segretario del Supremo Consiglio per la sicurezza nazionale, nei negoziati potrebbe rispondere a tre obiettivi: persuadere gli Stati Uniti a limitare eventuali attacchi; coordinare una ritorsione calibrata per ridurre il rischio di escalation; gettare le basi per una nuova fase di trattative”.

Francesco Petronella

*Ispi Digital Journalist and Content Creator

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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