
Lo status quo della guerra in Iran è più semplice di quanto sembri: un regime sotto pressione che reagisce in modo scomposto, mentre sotto traccia si prepara già il dopo.
Teheran bombarda dove può, come può. Missili lanciati senza una logica strategica evidente, attacchi simbolici più che risolutivi, bersagli scelti per dimostrare che esiste ancora una capacità di risposta. È la classica postura di chi deve far vedere ai propri apparati e al proprio popolo che non è finita, che il comando è saldo. Ma quando la risposta è frammentaria, dispersiva, priva di una regia coerente, significa che la regia non c’è più oppure è in affanno.
L’Iran non sta conducendo una guerra convenzionale perché sa di non poterla sostenere. Non ha superiorità aerea, non ha una marina in grado di controllare le rotte, non ha una struttura industriale capace di reggere un conflitto prolungato contro potenze tecnologicamente superiori. Ha sempre puntato sull’asimmetria, sui proxy, sulla destabilizzazione indiretta. Il problema è che oggi anche quella leva si sta spegnendo.
Hezbollah è indebolito, Hamas è logorata, le milizie sciite sparse tra Iraq e Siria sono sotto pressione costante. Senza finanziamenti continui, senza coordinamento centrale forte, senza una copertura politica stabile, l’asse della resistenza si sta trasformando in un mosaico disarticolato. La macchina che per anni ha proiettato potenza iraniana nella regione oggi fatica a tenere insieme i pezzi. Non è solo una crisi militare, è una crisi di cassa, di comando, di fiducia.
Mentre in superficie volano i missili, sotto la linea dell’orizzonte si muovono le intelligence. Non è fantasia, è prassi storica. Ogni volta che un regime entra in fase di vulnerabilità, qualcuno inizia a disegnare il dopo. Non si tratta di romanticismo democratico, ma di interessi, equilibri, stabilità futura. L’Iran è troppo centrale, troppo strategico per essere lasciato al caos totale. Se il sistema degli ayatollah cede, bisogna avere già pronta un’architettura alternativa, o almeno un contenimento del collasso.
E qui emerge l’ipocrisia più insopportabile. In Europa e in parte dell’Occidente c’è ancora chi, per riflesso ideologico, tende a dipingere Teheran come baluardo anti imperialista. Una caricatura comoda, buona per i salotti e per qualche slogan stanco. Parliamo di un regime che lapida le adultere, che impicca gli omosessuali, che reprime le opposizioni, che usa la pena di morte come strumento ordinario di governo. Non è una resistenza romantica, è un sistema teocratico che sopravvive attraverso la paura.
Criticare l’intervento occidentale è legittimo. Legittimare un apparato che opprime il proprio popolo è un’altra cosa. Se la coerenza vale qualcosa, non si può chiudere un occhio davanti alle esecuzioni pubbliche e aprirlo solo quando conviene sul piano geopolitico.
L’Iran oggi appare come una fortezza che mostra crepe. All’esterno prova a colpire in modo disordinato per mantenere l’immagine di forza. All’interno teme il dissenso, teme le divisioni tra pasdaran e clero, teme la stanchezza di una popolazione che ha già pagato abbastanza. I proxy si affievoliscono, le risorse si assottigliano, la pressione aumenta.
Non siamo ancora alla caduta del regime, ma siamo in una fase in cui l’inerzia non è più dalla sua parte. E quando un sistema autoritario perde l’iniziativa e comincia a reagire invece di agire, significa che il ciclo storico si sta chiudendo.
Il vero nodo non è se l’Iran reagirà ancora. Reagirà, perché non può fare altro. La domanda è per quanto tempo potrà farlo senza una struttura militare coordinata, senza alleati solidi e senza una base economica in grado di reggere l’urto.
La guerra visibile è fatta di esplosioni e dichiarazioni. Quella decisiva si gioca nei corridoi, nelle trattative, nei calcoli freddi di chi sa che ogni regime ha un momento in cui smette di sembrare eterno. L’Iran, oggi, sembra avvicinarsi a quel momento.
Piero Terracina

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