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Iran: un D-Day a metà

Dopo sei mesi di guerra che non hanno portato i risultati sperati, l’amministrazione Usa cambia strategia e punta sulla pressione economica per piegare Teheran e spingerla a riaprire lo Stretto di Hormuz. Ieri il Segretario del Tesoro, Scott Bessent ha annunciato una nuova serie di sanzioni secondarie minacciando un “isolamento globale completo” che “stringerà il cappio” attorno all’Iran. Le misure prevedono sanzioni e il rischio di essere estromessi dal sistema finanziario statunitense per tutti quei governi o aziende che continueranno a intrattenere rapporti commerciali con la Repubblica Islamica.

di Alessia De Luca | 26 Agosto 2026

Dopo sei mesi di guerra che non hanno portato i risultati sperati, l’amministrazione Usa cambia strategia e punta sulla pressione economica per piegare Teheran e spingerla a riaprire lo Stretto di Hormuz. Ieri il Segretario del Tesoro, Scott Bessent ha annunciato una nuova serie di sanzioni secondarie minacciando un “isolamento globale completo” che “stringerà il cappio” attorno all’Iran. Le misure prevedono sanzioni e il rischio di essere estromessi dal sistema finanziario statunitense per tutti quei governi o aziende che continueranno a intrattenere rapporti commerciali con la Repubblica Islamica. I leader mondiali devono “prendere una decisione” tra “America e Iran” ha spiegato Bessent, che tuttavia non ha specificato né i paesi che saranno presi di mira né il giorno in cui dovrebbe avvenire l’annunciato ‘D-Day economico’ l’equivalente sanzionatorio dello sbarco in Normandia. “Stiamo dando a tutti l’opportunità di porre rimedio ai comportamenti scorretti. Perché mai dovrei voler far saltare in aria il sistema finanziario globale?” ha dichiarato Bessent promettendo ulteriori annunci nelle prossime settimane. Di per sé la strategia è azzardata: se è vero che l’economia iraniana è allo stremo e che le nuove minacce potrebbero spingere Teheran a cambiare rotta e aprire al negoziato, è altrettanto plausibile che la Repubblica Islamica – già alle prese con sanzioni da anni – scelga di intensificare, anziché allentare, il braccio di ferro su Hormuz.

Teheran non si piega?

Non è la prima volta che gli Stati Uniti minacciano l’Iran di sanzioni: da anni l’economia iraniana è sottoposta a limitazioni che ne hanno soffocato la crescita, producendo ben pochi risultati sul piano politico. Eppure, alle prese con una guerra impopolare che ha fatto lievitare i prezzi dell’energia negli Stati Uniti, e incapace di imporre una soluzione militare al conflitto, Washington sembra non avere alternative alla scure economica. La risposta di Teheran, fin qui, non è stata quella auspicata: Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha definito “disperata” la mossa americana, pur riconoscendo che il popolo iraniano sta affrontando “molti problemi” a causa degli sforzi di Washington per isolare l’economia del Paese. Prima dell’annuncio, l’Iran aveva minacciato sia una possibile risposta militare sia un’ulteriore riduzione delle esportazioni di petrolio dal Golfo in risposta a qualsiasi misura economica statunitense. Il ministro dell’Economia Ali Madanizadeh ha dichiarato: “Siamo pienamente preparati alle sanzioni statunitensi” sostenendo che i canali di finanziamento vitali del Paese “non possono essere recisi” e che il governo del presidente Masoud Pezeshkian pianifica da tempo una strategia di contromisure. Teheran ha inoltre paventato la possibilità di sequestrare le navi che violano le regole di transito nello Stretto, oltre a minacciare ritorsioni contro chiunque collabori alle nuove sanzioni statunitensi.

Pechino è il vero banco di prova?

Sulla nuova strategia americana aleggia però un interrogativo di fondo: se Washington intenda davvero colpire con sanzioni secondarie la Cina, primo acquirente al mondo del petrolio iraniano, che assorbirebbe secondo le stime circa il 90% delle esportazioni di greggio di Teheran. Finora il Dipartimento del Tesoro ha sanzionato oltre 60 tra individui, entità e imbarcazioni accusati di facilitare l’accesso dell’Iran a tecnologie nucleari e missilistiche, ma l’elenco non include alcuna istituzione finanziaria cinese, né misure dirette contro Emirati Arabi Uniti, Turchia e Iraq, principali partner commerciali della Repubblica islamica prima del conflitto. Interrogato sul punto, Bessent ha risposto che “nessun Paese è al riparo dalle sanzioni statunitensi”, citando esplicitamente anche Cina e Russia, ma senza annunciare misure immediate. Pechino, dal canto suo, ha definito inutili le sanzioni e le tattiche di pressione, promettendo di difendere i propri interessi “con ogni mezzo necessario”. Secondo diversi analisti, la cautela di Washington riflette il timore di ritorsioni cinesi, in particolare sulle esportazioni di minerali critici, a un mese dal vertice tra Donald Trump e Xi Jinping, atteso a Washington il 24 settembre. L’incontro, considerato cruciale per l’economia globale, dovrebbe verificare lo stato della tregua commerciale raggiunta a Busan nell’ottobre 2025 e consolidata dalla visita di Trump a Pechino lo scorso maggio.

Una guerra senza uscita?

Le nuove misure arrivano a quasi sei mesi dagli attacchi lanciati da Stati Uniti e Israele contro l’Iran il 28 febbraio, che hanno aperto un conflitto che ha paralizzato il traffico marittimo nella regione, ridotto il flusso di petrolio e messo a dura prova l’economia statunitense e quella globale. Da allora la guerra si è impantanata in uno stallo senza sbocchi apparenti. Sebbene le ostilità abbiano indebolito gran parte delle capacità militari convenzionali dell’Iran, inflitto gravi danni economici e causato la morte della Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, il Paese ha conservato una capacità missilistica e di droni sufficiente per attaccare i paesi vicini e minacciare le imbarcazioni nello Stretto di Hormuz, paralizzando di fatto la navigazione in uno specchio d’acqua attraverso cui transita circa un quarto del petrolio trasportato via mare e un quinto del gas naturale liquefatto a livello globale. Lo stato reale del programma nucleare iraniano, obiettivo dichiarato della campagna militare, resta a oggi sconosciuto. Sui mercati, i prezzi del petrolio sono scesi di oltre 2 dollari al barile, segnale che gli investitori ravvisano il rischio di ulteriori interruzioni delle forniture. Secondo alcuni osservatori, il cambio di strategia rivela anche un calcolo politico interno: con le elezioni di metà mandato all’orizzonte, Trump non vuole che una guerra ampiamente impopolare diventi il tema dominante della campagna. Un elemento di debolezza negoziale che Teheran potrebbe avrebbe tutto l’interesse a sfruttare.

Il commento

Di Gianluca Pastori, Senior Associate Research Fellow ISPI

“Le sanzioni annunciate dal segretario Bessent rischiano di aprire un nuovo fronte di crisi per la Casa Bianca, senza riuscire a tirare gli Stati Uniti fuori dal pantano iraniano. Da una parte, Teheran si è abituata da tempo a vivere sotto embargo, grazie anche alla rete articolata di sostegni più o meno clandestini di cui dispone; dall’altra, le misure annunciate cozzano frontalmente con gli interessi e le politiche di attori ‘pesanti’ del sistema internazionale, prima fra tutti la Cina, che Bessent ha esplicitamente chiamato in causa. Al di là della retorica roboante, è quindi possibile che i nuovi provvedimenti finiscano per allargare, anziché restringere, il perimetro della crisi. Significativamente, non sono ancora chiari i tempi entro cui i paesi interessati dovranno adeguarsi alle misure di Washington. Un modo – forse – per lasciare aperta una via d’uscita se l’effetto dell’annuncio non dovesse essere quello desiderato”.

Alessia De Luca

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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