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Iran: se Trump gioca a mosca cieca 

Nelle acque di Hormuz la guerra di Donald Trump urta un muro di gomma iraniano. Le navi non passano. Il problema, creato dagli Stati Uniti, è più grande dell’America. È mondiale. Dal cappello trumpiano esce così l’idea di, e l’appello a, una coalizione cui vengono invitati – per ora – Cina, Corea del Sud, Francia, Giappone, Regno Unito. In ordine alfabetico.  L’ordine logico, alquanto diverso, si rispecchia nelle risposte a caldo. Pechino attende; e attende; Tokyo e Seul fanno capire che potrebbero starci; Londra e Parigi droni esimili simili sì, le portaerei servono altrove. Non esattamente una corsa alle armi, piuttosto una coalizione di non volenterosi. Ma Trump riuscito Trump è già comunque riuscito a scaricare il transito di Hormuz anche su spalle non sue.

di Istituto Ispi | 17 Marzo 2026

di Stefano Stefanini*

Nelle acque di Hormuz la guerra di Donald Trump urta un muro di gomma iraniano. Le navi non passano. Il problema, creato dagli Stati Uniti, è più grande dell’America. È mondiale. Dal cappello trumpiano esce così l’idea di, e l’appello a, una coalizione cui vengono invitati – per ora – Cina, Corea del Sud, Francia, Giappone, Regno Unito. In ordine alfabetico. 

L’ordine logico, alquanto diverso, si rispecchia nelle risposte a caldo. Pechino attende; e attende; Tokyo e Seul fanno capire che potrebbero starci; Londra e Parigi droni esimili simili sì, le portaerei servono altrove. Non esattamente una corsa alle armi, piuttosto una coalizione di non volenterosi. Ma Trump riuscito Trump è già comunque riuscito a scaricare il transito di Hormuz anche su spalle non sue. 

Dopo tanta denigrazione di alleati e partner, il presidente americano scopre di averne bisogno. O, almeno, che gli serve coinvolgerli in un’avventura sulla quale non li aveva minimamente consultati e dalla quale preferirebbero tenersi alla larga. Non importa quanti bersagli iraniani siano stati centrati in più di due settimane da Usa e Israele, quanto degradate siano le loro forze armate e guardie rivoluzionarie. Se lo Stretto rimane chiuso, con tutte le ricadute che sta provocando in America e nel resto del mondo, “Furia Epica” si rivela un fallimento epico.  

Energetico immediatamente, economico a ruota, geopolitico in prospettiva. Quanta fiducia gli Usa si sono bruciati in Medio Oriente? Ma questi sono conti che si faranno a mente fredda e a guerra conclusa. Il problema urgente è energetico – perdere un quinto delle forniture mondiali di gas e petrolio non è uno scherzo – e, per immediata conseguenza, economico. L’inflazione è in agguato, le Banche Centrali sul chi vive. Le attese riduzioni dei tassi d’interesse – Trump ci puntava in vista delle elezioni di novembre – sono ora in predicato. Forse si faranno, quando la guerra finirà e lo sconquasso prezzi-forniture sarà riassorbito. 

La fine della guerra non conduce automaticamente alla stabilizzazione delle forniture energetiche dal Golfo. Potrebbe essere lo stesso Iran a porre condizioni, ad esempio, l’impegno americano e israeliano a non riprendere le ostilità. Anche un Iran militarmente debolissimo può farlo finché ha la mano sul rubinetto di Hormuz. Quindi riaprire lo Stretto alla navigazione è essenziale per toglierla. Più ancora, e a monte, della fine della guerra. Trump ha provato di tutto per stabilizzare il mercato; promesse di assicurazione del Tesoro Usa, annuncio di scorta della Navy Usa, eliminazione delle sanzioni sul petrolio russo. Le navi restano a bollire all’ancora; pochissime (targate “petrolio per la Cina”) azzardano il transito dello Stretto. Per gli Usa – qui le finalità potrebbero divergere da Israele – più della guerra il nodo diventa sempre più la navigazione. 

Da vecchio affarista di dubbia fama, Donald Trump sa cosa fare nei fallimenti: coinvolgervi altri. La logica non fa una grinza. La chiusura di Hormuz vi sta danneggiando? Lasciamo perdere chi o cosa l’abbia causata – la guerra iniziata da Stati Uniti e Israele il 28 febbraio. Lasciamo perdere la prevedibilità della risposta iraniana su Hormuz – tutti gli analisti l’avevano anticipata. Se vi sta danneggiando dovete darci una mano a riaprire la navigazione nello Stretto. Non a caso l’invito a far parte della coalizione era rivolto ai tre Paesi asiatici più in sofferenza di forniture dal Golfo. Francia e UK vi si aggiungono inquanto i due Paesi occidentali che ne hanno mezzi e capacità aeronavali, e che sono membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. 

Trump ha aperto così la partita dell’allargamento del conflitto extra-Medio Oriente. Non sarà la temuta Terza guerra mondiale, non fino a che Russia, chiamata in causa ma addolcita con petrolio e, forse, concessioni sull’Ucraina, e Cina, “parte lesa” nell’ottica dell’invito, ne rimangono fuori. Per il momento non è quello il rischio all’orizzonte. 

Ma è sicuramente un pericoloso salto nel buio. Per due motivi. L’Iran considererà nemico chiunque partecipi ad operazioni di messa in sicurezza della navigazione via Hormuz. La protezione dei natanti richiederà un intervento agguerrito, forse anche con azioni a terra, altrimenti a cosa servono i 5.000 marine Usa? 

Secondo, non ci sarebbe da stupirsi se Donald Trump chiedesse aiuto o comunque sostegno anche ad altri alleati ponendoli di fronte a un difficile «che fare?». L’Italia non ne è stata ancora oggetto. Per il momento può limitarsi a difendersi da attacchi come quello, via drone, subito dai nostri militari in missione civile n Iraq – per Teheran, la presenza in area, militare o civile (ambasciate) basta a farne legittimo bersaglio. Ma il problema potrà porsi in un futuro non lontano. Il coordinamento con Ue e Uk per una linea comune è essenziale. Non si può improvvisare a titolo nazionale. Il «Cosa fare se» sarà sicuramente sul tavolo del Consiglio europeo del 19-20 marzo. 

Stefano Stefanini

*Istituto Ispi

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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