
Ogni volta che gli Stati Uniti si infilano in una crisi mediorientale torna sempre lo stesso fantasma: il Vietnam. È quasi un riflesso automatico. Guerra lontana, terreno complicato, opinione pubblica nervosa, alleati incerti. Basta poco perché qualcuno inizi a parlare di “nuovo Vietnam americano”. Nel caso dell’Iran questa lettura è però, almeno per ora, estremamente azzardata e fantasiosa. La Repubblica islamica non ha le caratteristiche strategiche che avevano il Vietnam del Nord o, più tardi, l’Afghanistan. Non possiede un’economia industriale in grado di sostenere una guerra lunga, non dispone di una base tecnologica competitiva e combatte con strumenti tipici di una potenza regionale in difficoltà: droni, proxy, operazioni indirette, attacchi dimostrativi. La capacità di sostenere uno scontro convenzionale prolungato contro una coalizione occidentale semplicemente non esiste. L’Iran può disturbare, destabilizzare, colpire attraverso milizie e guerre ibride, restrizioni del traffico a Hormutz, ma non ha la struttura economica e industriale per reggere uno scontro diretto con gli Stati Uniti. Pensare che Teheran possa “vincere” una guerra con Washington è materialmente impossibile. Il punto vero, però, è un altro. Il rischio di trasformare la crisi in un Vietnam non nasce dalla forza dell’Iran. Nasce dall’errore strategico americano di entrare direttamente in un conflitto che, per natura e storia, non è mai stato il loro. Lo scontro in Medio Oriente è sempre stato prima di tutto uno scontro tra Israele e il sistema ideologico costruito dagli ayatollah. È lì che si trova il centro di gravità della crisi. Non a Washington. Ed è proprio qui che entra in gioco il fattore decisivo: Israele. L’IDF possiede una combinazione di intelligence, tecnologia militare e capacità operativa che in Medio Oriente non ha equivalenti. Operazioni mirate, infiltrazioni nei sistemi di sicurezza iraniani, colpi chirurgici contro infrastrutture sensibili. Negli ultimi anni è diventato evidente che il sistema di sicurezza della Repubblica islamica è penetrabile molto più di quanto Teheran abbia sempre voluto far credere. Israele ha dimostrato più volte di poter colpire obiettivi iraniani senza bisogno di un coinvolgimento diretto americano. In altre parole, lo scontro tra Israele e il regime iraniano è già gestibile all’interno di un equilibrio regionale. Non richiede necessariamente l’intervento massiccio degli Stati Uniti. Ed è qui che il comportamento di Trump diventa problematico. Le sue dichiarazioni trionfalistiche, il linguaggio da vittoria annunciata, le analisi semplificate da campagna elettorale producono un effetto opposto a quello che dovrebbero ottenere. Amplificano il conflitto, distorcono la percezione della realtà e soprattutto personalizzano una crisi geopolitica complessa trasformandola in una prova di forza americana. Si tratta di una narrativa demagogica. Il Medio Oriente non è un teatro dove basta dichiarare una vittoria per averla davvero ottenuta. È una scacchiera fragile, dove ogni intervento diretto degli Stati Uniti finisce per produrre reazioni a catena che spesso sfuggono al controllo. L’Europa lo sa bene. Iraq e Afghanistan hanno lasciato cicatrici profonde nella memoria politica del continente. Anche Kosovo, che pure ebbe un esito diverso, ha mostrato quanto sia complesso intervenire militarmente in scenari dove la dimensione politica e quella etnica si intrecciano. Per questo oggi molti governi europei guardano con estrema cautela a qualsiasi escalation guidata da Washington. Il risultato paradossale è che l’interventismo verbale americano rischia di produrre l’effetto opposto a quello dichiarato: isolare gli Stati Uniti sul piano militare. Non perché l’Iran sia forte. Ma perché molti alleati occidentali non hanno alcuna intenzione di farsi trascinare in una nuova avventura strategica costruita su slogan e visioni messianiche. L’Iran non può vincere una guerra contro l’America. Ma l’America può comunque perdere molto se decide di trasformare una crisi regionale in un teatro globale guidato da retorica e improvvisazione. Ed è esattamente il rischio che oggi si intravede dietro le parole di Trump.
Piero Terracina

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