
Sono le 5,19 e da un paio d’ore guardo canali Instagram e Telegram dedicati all’Iran. È un paese che per me significa molto e credo che stavolta ci siamo. L’ho scritto giorni fa e lo ripeto. Non solo le ragazze, le loro madri e i loro fratelli
Stavolta ci sono anche i loro padri.
Ma non è l’unica novità.
Stavolta si bruciano anche le moschee.
E la questione va colta nella sua rilevanza, perché riguarda le rivoluzioni che nel corso del ‘900 hanno attraversato l’Iran: in tutte loro il ruolo decisivo fu quello del clero sciita.
Non quello delle potenze straniere, come una vulgata tanto diffusa, narra da decenni. La nuova storiografia sta riscrivendo quelle versioni dei fatti ed è opportuno darne rapido conto per meglio inquadrare l’eccezionalità di quel che sta accadendo.
Una breve premessa occorre: il clero sciita è organizzato gerarchicamente, secondo gradi di autorità ed autorevolezza religiosa. Semplifico molto, ma è un po’ come il clero cattolico, dove ci sono preti, vescovi, cardinali ed infine il Papa.
In questo è assai diverso dal mondo religioso sunnita e la questione non è banale per una lunga serie di vicende.
Ma a noi interessa il ruolo del clero sciita nelle rivoluzioni persiane del ‘900. La Persia prese il nome di Iran nel 1935 dopo il colpo di stato militare che, tra il 1921 e il 1925, portò al potere la dinastia Pahlavi, quella che regnò fino alla rivoluzione del 1979.
In quel colpo di stato fu l’esercito a giocare un ruolo decisivo ed in particolare la cosiddetta Guardia Cosacca, di cui Reza Shah era colonnello.
Ma parte del clero sciita si allineò tatticamente al nuovo regnante per non perdere i propri privilegi. Offrì legittimità al nuovo arrivato, in cambio della conservazione dei propri privilegi (si tenga conto che lo sciismo è religione di stato in Iran dal 1501, dai tempi della dinastia safavide fondata da Ismail I).
Ma veniamo all’inizio degli anni ’50 del ‘900. L’Iran è governato dalla nuova dinastia salita al potere tra il 1921 e il 1925, è una monarchia costituzionale e nonostante i tentativi di modernizzazione rimane un paese arretrato e oggetto delle mire di sfruttamento e controllo di Russia da un lato e Gran Bretagna dall’altro.
Nel 1951 diventa primo ministro Mohammad Mossadeq leader del Fronte Nazionale, una coalizione parlamentare che aveva costruito un largo consenso attorno a un programma chiaro e circoscritto: riaffermare la sovranità dello Stato iraniano, in particolare attraverso la nazionalizzazione dell’industria petrolifera, fino ad allora controllata da una compagnia britannica.
Questa scelta lo mise in rotta di collisione con il Regno Unito e, progressivamente, con gli Stati Uniti, che temevano che l’instabilità iraniana potesse favorire un avvicinamento all’Unione Sovietica.
Questa premessa, assolutamente corretta, è spesso usata per raccontare la favola che fu la CIA a deporre Mossadeq orchestrando un cinico e raffinato colpo di stato.
Ora, a diffondere questa favola è stata ovviamente da un lato la CIA, secondo la tradizionale abilità dell’agenzia americana di farsi bella agli occhi dei propri capi, e dall’altro la propaganda antioccidentale iraniana.
Esistono numerosi racconti dei giorni delle rivolte che portarono alla caduta di Mossadeq, ma sempre più quei racconti stanno venendo smontati (consigliatissimo il saggio Iran and the CIA: The Fall of Mosaddeq Revisited di Darioush Bayandor).
Si consideri piuttosto che sul piano interno, Mossadeq si trovò sempre più isolato: il conflitto con lo Scià Mohammad Reza Pahlavi, la diffidenza delle élite economiche, la fedeltà dei militari allo Scià, indebolirono la sua posizione.
Ma a parte questi fattori, chi ebbe un ruolo decisivo nel muovere la piazza contro di lui fu il clero sciita, che temeva – a ragion veduta – le spinte riformatrici interne di quella strana alleanza fra comunisti e laici liberali che sosteneva Mossadeq (anche qui, per essere chiari, Mossadeq non incluse mai il partito comunista iraniano, il Tudeh, nella sua coalizione, ma vi fu collaborazione e condivisione di obiettivi).
La deposizione di Mossadeq del 1953 fu orchestrata e condotta in prima persona da figure eminenti del clero sciita di allora. Non dalla CIA, il cui capo per le operazioni in Iran, non parlando il farsi, si nascose sotto il tavolo del suo ufficio mentre fuori montavano le proteste di piazza (secondo una ricostruzione che trovo molto divertente).
Anche la rivoluzione del 1979, iniziata in realtà nel 1978 e animata da forze liberali, progressiste e laiche, fu poi monopolizzata da Khomeini che usò la presa enorme che una religione intesa come eresia ed in più una religione messianica come quella sciita, può esercitare sui propri fedeli.
Certo, i servizi segreti francesi e britannici protessero Khomeini, mentre si trovava in esilio in Francia, dai tentativi di omicidio della Savak (la polizia segreta iraniana), ma non si può dire con questo che furono loro a indirizzare gli esiti della rivoluzione del 1979.
No, la verità – o almeno qualcosa che le assomiglia – è che la presa di una religione come quella sciita è stata enorme, enorme nella società iraniana/persiana. Per secoli. E fino a ieri.
Fino a ieri.
Perché la novità di quel che sta accadendo è che adesso alle barbe e ai turbanti non riesce più guidare le folle.
A malapena riesce sfuggire alla loro furia.
Tommaso Ciuffoletti

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