
di Lorenzo Borga*

Per capire quale sia oggi la leva più potente nelle mani degli Stati Uniti contro l’Iran bisogna guardare meno alle bombe e più alle petroliere. Teheran conserva la capacità di rendere difficile e costoso il traffico nello Stretto, ma Washington sta dimostrando di poter fare qualcosa di più importante: decidere quali navi possono attraversarlo e, soprattutto, impedire all’Iran di utilizzare il corridoio per vendere il proprio petrolio. Al 3 settembre, le forze del CENTCOM avevano deviato 87 navi commerciali, disabilitato tre navi e abbordato altre due per garantire il rispetto del blocco navale. Da quando il blocco è stato reimposto, nessuna nave carica di petrolio iraniano ha lasciato il Golfo Persico, come ha confermato anche il banchiere centrale iraniano Abdolnaser Hemmati.
I numeri sono eloquenti: tra marzo e aprile le esportazioni di greggio iraniano avevano raggiunto circa 2 milioni di barili al giorno, ma ad agosto erano scese a circa 248 mila barili al giorno, secondo Kpler. Nell’ultimo anno il calo è quindi vicino al 90 per cento. Sull’isola di Kharg, principale terminale petrolifero iraniano, nelle ultime quattro settimane è stata caricata una sola superpetroliera. E le scorte presenti sull’isola sono diminuite nonostante le esportazioni siano quasi ferme: un segnale che Teheran ha iniziato a ridurre anche la produzione, invece di accumulare greggio invenduto.
E mentre l’Iran non riesce più a vendere il proprio petrolio, gli altri Paesi del Golfo tornano a esportare: il 2 settembre, secondo fonti della CNN, le forze statunitensi avrebbero scortato attraverso Hormuz 40 navi commerciali che trasportavano circa 18 milioni di barili di petrolio, un record dall’inizio della guerra. Se si sommano a questi flussi i volumi di greggio esportati via oleodotto, si raggiungono i livelli pre-guerra. A prescindere dal dato di un singolo giorno, secondo gli analisti di Goldman Sachs, i flussi medi stanno crescendo stabilmente e sarebbero ora vicini a due terzi di quanto transitava prima del 28 febbraio. Tutto questo mentre le vendite iraniane rimangono bloccate.
Il risultato è una pressione crescente sull’economia iraniana. Il rial è precipitato da circa un milione per dollaro un anno fa a oltre 2,2 milioni. L’inflazione media su dodici mesi è arrivata al 69,9 per cento, mentre i prezzi di alimentari, bevande e tabacco aumentano a un ritmo quasi doppio. La disoccupazione ufficiale è salita al 9,1 per cento (oltre il 18 per cento quella giovanile) e il numero degli occupati è diminuito di circa 450 mila unità rispetto a un anno prima. Secondo una fonte citata da Reuters, le riserve di carburante potrebbero durare soltanto altri due mesi, poiché la capacità di raffinazione interna non basta a soddisfare la domanda.
Questo non significa che l’Iran sia pronto a cadere. Teheran dispone ancora di un importante cuscinetto. Gli esperti di Kpler stimano in oltre 80 milioni di barili il petrolio iraniano che si trova al di fuori della zona sottoposta al blocco, caricato in petroliere al largo. Meno dei circa 140 milioni di marzo, ma comunque sufficienti a garantire un flusso di entrate ancora per i prossimi cinque-sei mesi, prima che i ricavi delle esportazioni si esauriscano progressivamente. Sempre che l’Iran abbia la capacità di incassare questi fondi: prima i flussi del petrolio iraniano transitavano dagli Emirati Arabi Uniti, ma dal 19 agosto il Paese ha sospeso gli scambi con l’Iran, su pressione americana.
L’Iran conserva una capacità asimmetrica significativa: può minacciare le navi, colpire gli avversari e rendere pericoloso lo Stretto. Ma gli Stati Uniti stanno dimostrando di poterlo controllare più di quanto non si pensasse fino ad alcuni mesi fa. Il fattore decisivo sarà il tempo: a cedere sarà prima Teheran, che rischia di vedere la propria economia collassare, o Trump, che tra due mesi sarà sottoposto al giudizio degli elettori americani e deve fare i conti con una benzina ormai sopra i quattro dollari al gallone?
Lorenzo Borga
*Istituto Ispi

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