
La scelta come capo supremo iraniano di Mojtaba Khamenei, figlio della guida suprema andata in braccio alle 72 vergini giorni fa, non va letta come una normale dinamica politica. È piuttosto una mossa tattica con cui il regime tenta di tenere insieme i pezzi del proprio sistema di potere in un momento di forte vulnerabilità. Il punto centrale è evitare il vuoto di potere.
La Repubblica islamica non è uno Stato costruito su equilibri istituzionali classici. La guida suprema concentra autorità religiosa, controllo militare e influenza politica. Da quell’ufficio dipendono i Pasdaran, i servizi di sicurezza e un’enorme rete economica legata alle fondazioni religiose che negli anni sono diventate veri centri di potere finanziario.
Se quel vertice vacilla, l’intero sistema rischia di entrare in fibrillazione. Le diverse fazioni del regime – clero conservatore, apparato militare, strutture economiche – potrebbero iniziare a competere tra loro per il controllo della successione.
In un paese già sottoposto a pressione economica e militare, una lotta interna sarebbe devastante.
È per questo che la scelta del figlio diventa, dal punto di vista del regime, la soluzione più semplice. Mojtaba Khamenei non è una figura esterna agli equilibri del potere. Da anni è inserito nelle reti che collegano il clero conservatore, l’apparato dei Pasdaran e il sistema economico che ruota attorno all’ufficio della guida suprema.
Il messaggio interno è molto semplice: nulla cambia.
Eppure l’intera vicenda resta avvolta nell’opacità. Non esiste alcuna investitura ufficiale. Non c’è stata una proclamazione formale né dichiarazioni pubbliche che chiariscano il quadro. Le notizie circolano soprattutto attraverso fonti indirette e indiscrezioni provenienti dall’interno del sistema.
A complicare ulteriormente la situazione si aggiungono voci sulla sua condizione personale. Alcune informazioni lo collocano in ospedale e parlano persino di una possibile morte. Secondo alcune ricostruzioni sarebbe rimasto coinvolto nei bombardamenti israeliani delle prime ore. Si tratta di notizie non confermate, ma il semplice fatto che circolino racconta molto sul livello di incertezza che attraversa il vertice del potere iraniano.
Questo silenzio non è casuale. È il modo con cui il regime gestisce le fasi più delicate: prima si ricompattano gli equilibri interni, poi eventualmente arriva la comunicazione pubblica.
In questa partita Teheran muove anche su un altro tavolo, quello internazionale. Il regime ha imparato a leggere con attenzione la differenza tra i target strategici americani e quelli israeliani. Israele ragiona in termini di minaccia esistenziale e tende a colpire direttamente l’architettura militare e politica del sistema iraniano. Gli Stati Uniti, invece, oscillano più facilmente tra pressione e negoziato.
È su questa differenza che Teheran prova a costruire il proprio spazio di sopravvivenza, il regime sa che basteranno concessioni limitate o aperture tattiche per alimentare nuove fasi negoziali con Washington. E in questo quadro la postura politica di Donald Trump, incline a trasformare la pressione militare in accordo diplomatico, viene letta a Teheran come una possibile via d’uscita.
Il rischio è che questa dinamica finisca per creare tensioni tra Washington e il suo principale alleato nella regione. Israele guarda al regime degli ayatollah come a una minaccia strutturale che deve essere neutralizzata. Se gli Stati Uniti tornano a privilegiare la trattativa mentre Israele continua a colpire sul piano militare, la divergenza strategica tra i due paesi potrebbe diventare evidente.
Paradossalmente tutta questa vicenda racconta la fragilità del sistema iraniano, La Repubblica islamica nacque per abbattere una monarchia. Oggi, per evitare il collasso, si affida a una successione familiare gestita nel silenzio e nell’incertezza. Più che una dimostrazione di forza, è il segno di un potere che cerca soprattutto di guadagnare tempo.
Il problema vero è che con Trump alla plancia di comando si naviga a vista. Il mondo osserva attonito e Netanyahu inizia a comprendere che l’interlocutore non è accreditabile.
Piero Terracina

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