
Comincia forse a delinearsi in Iran quel quadro di compatibilità che attendono gli Stati Uniti e parte almeno dei Paesi occidentali per rendere più legittima la spallata decisiva al regime degli ayatollah. “Con il passare dei giorni, le dimensioni orribili dell’evento diventano più evidenti. Un grande tradimento e crimine è stato commesso contro il popolo. Le case sono in lutto. Le strade sono in lutto; Città e paesi sono in lutto. Dopo anni di escalation della repressione, questa è una tragedia che sarà ricordata per decenni, se non secoli. E un fiume di sangue caldo dei diseredati, che scorreva sulla terra nel freddo mese di gennaio, non smetterà di bollire finché non cambierà il corso della storia. (…) Deponete le armi e fatevi da parte dal potere, affinché la nazione possa condurre questa terra alla libertà e alla prosperità. La strada che questo piccolo gruppo di persone suggerisce a questo scopo è quella di indire un referendum costituzionale formando un fronte onnicomprensivo, composto da tutti i gusti nazionali, basato sui tre principi di non interferenza, rifiuto della tirannia interna e transizione democratica pacifica. Perché l’instaurazione di una pace e di una sicurezza stabili e la salvezza del paese dal male della tirannia del governante sono possibili solo per mano del popolo e senza interventi stranieri, sulla base della volontà della nazione”.
Queste le parole di Mir Hossein Mousavi da Hesr pubblicate ieri da AbiMedia agenzia di informazione online indipendente iraniana. Mousavi da Hesr è stato l’ultimo primo ministro iraniano prima del referendum costituzionale del 1989 che abolì la carica di Primo ministro, il premier che il 31 agosto 1989 dovette lasciare il posto a Mahmud Ahmadinejad con un passato nell’Intelligence e nelle file dei Pasdaran i Guardiani della Rivoluzione Islamica e poi presidente della Repubblica dal 2005 al 2013 con la benedizione della guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei. Quelle parole documentano il tentativo di dare una leadership e di unire le varie anime della opposizione al regime. E dettano i principi che dovranno guidare il regime-change: la non interferenza (da non confondere però con il rifiuto di aiuti esterni, anche militari), la fine del regime e la transizione democratica pacifica. La differenza più rilevante tra il monito-appello di Mousavi da Hesr e i messaggi trasmessi da Mohammad Reza Pahlav, il figlio maggiore dello shah deposto nel ’79, sta nel fatto che Mousavi, non un riformista della prima ora, è ricordato quanto meno dalla popolazione più anziana per aver saputo governare il Paese durante i lunghi anni della guerra con l’Iraq. L’ex premier ha negli anni successivi acquisito anche credibilità internazionale, e in particolare per il presidente americano Barack Obama, per le sue dichiarazioni favorevoli a un’apertura alla privatizzazione di settori dell’economia, al riconoscimento di alcune libertà per le donne e in generale delle libertà civili, e non ultimo per l’ammissione della tragedia della Shoah. L’unità dell’opposizione, variegata e spesso divisa, non ha però ancora un orizzonte visibile, in un contesto di incertezza che si amplia anche per il riaprirsi della questione curda nell’intera regione mediorientale: se in Siria le forze governative sostenute dalla Turchia e l’esercito curdo ieri hanno stabilito una tregua che per ora sembra reggere in vista dell’impegno del governo siriano di riconoscere autonomia alla zona curda nel Paese, in Iraq le elezioni per il presidente della Repubblica che dovrà essere curdo sono state rinviate provocando il rischio di una implosione, e in Iran i curdi stanno riorganizzando nell’ombra le loro forze militari. Ma è certo che in Iran il dissenso contro il regime si è esteso e parte delle forze armate ne sono contagiate: sono state annunciate, e forse già realizzate, le prime esecuzioni di militari che nei giorni scorsi si sono rifiutati di sparare sulla folla. Il governo inoltre ha varato una campagna di arruolamento per sostituire i molti soldati che hanno opposto resistenza all’uso della violenza contro il popolo che manifesta nelle piazze e nelle strade del Paese.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump chiede ancora al governo iraniano di accogliere la proposta di un accordo fondato sulla dismissione completa del programma di arricchimento dell’uranio, anche per il nucleare a scopi civili, sulla distruzione del consistente stock di missili balistici ancora in suo possesso, e sulla cessazione di ogni rapporto con le formazioni terroristiche degli Houthi dello Yemen, di Hamas in Palestina, e degli Hezbollah di Libano e Iraq. Proprio riguardo al complesso di queste richieste va letta la dichiarazione del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi pronto a un dialogo che non metta in discussione la necessità di un “giusto” accordo sul nucleare né la libertà del suo governo di scegliere le proprie alleanze. È questo il motivo non detto che sembra avvicinare il momento dello strike, oltre al fatto che appare inverosimile che Trump rinunci a rendere operativo il dispiegamento di un gruppo di attacco come quello che gli stati Uniti hanno portato nel Golfo Persico con la portaerei Lincoln, cacciatorpedinieri, fregate, sommergibili nucleari, caccia Hornet, caccia F15 e caccia invisibili Stealth, aerei da rifornimento, droni, intelligence e sistemi di guerra ibrida per interrompere o interferire nelle comunicazioni, cui partecipa anche il Regno Unito con i caccia Tiphoon per la difesa delle basi occidentali nel Golfo. Il governo italiano intanto ha ridotto al minimo la rappresentanza diplomatica in Iran. Il rinvio delle elezioni presidenziali in Iraq è la spia del complicarsi del quadro geopolitico nella regione. Nella difficile situazione di continue e forti tensioni tra sciiti e sunniti, il Paese è chiamato a eleggere il Presidente della Repubblica ma incontra enormi difficoltà. Secondo la Costituzione irachena il presidente, che dovrà essere curdo, dovrà poi designare il primo ministro, scelta che da tempo il governo iraniano sta cercando di influenzare anche attraverso la presenza delle milizie sciite filo-Teheran di Kataib Hezbollah guidato da Ahmad Mohsen Faraj al-Hamidawi che minacciano la “guerra totale” se gli Stati Uniti attaccheranno l’Iran. E l’Amministrazione americana ha anch’essa da tempo comunicato la sua contrarietà per il candidato Nouri al-Maliki, minacciando di sospendere gli aiuti economici. Premier tra il 2006 e il 2014 e sotto il cui governo divenne sempre più rilevante il ruolo dell’IS, lo Stato Islamico e di al-Sham, formazione dell’ISIS, al-Maliki fu costretto allora alle dimissioni.
Ieri il Consiglio d’Europa ha votato sanzioni contro il ministro degli Interni Eskandar Momeni, il procuratore generale Mohammad Movahedi Azad e il giudice Iman Afshari della sezione 26 della Corte rivoluzionaria di Teheran, e su istanza italo-tedesca ha designato il Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche come organizzazione terroristica.
Claudio Rocco
(da Avanti Online)

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